Mussolini era un socialista massimalista, che capì che la nazione, la patria, il senso di comunità nazionale non è un fattore sovrastrutturale come credevano i marxisti ortodossi, ma un qualcosa di più profondo dell'appartenenza di classe, volle così fare un socialismo senza il conflitto capitale-lavoro, ma nazionale.
Paradossalmente o forse non paradossalmente, è quello che aveva capito anche Stalin (e quello in cui in fondo approda il comunismo in realtà abolendo ogni diversità sociale, territoriale e religiosa), che però mantenne in certe fasi vivo il conflitto di classe nella società russa, ma sempre in una chiave strumentale a perpetrare il potere del partito e in ultima analisi il suo potere personale, mentre in altre fasi andò a parlare e organizzare in senso unitario e uniformante di patria socialista.
La condanna del fascismo ha portato ad una condanna generalizzata del nazionalismo, ma il vero problema forse stava nel socialismo. La nazione è un contenitore, se ci metti lo stato-partito che controlla tutto, l'autarchia, l'odio per l'individualismo e i valori occidentali, che sia in chiave "rossa" o in chiave "nera", può diventare qualcosa di brutto, ma se nella comunità ci metti la libertà, il pluralismo, la democrazia, il mercato, ma anche la competenza, la libertà individuale, l'uguaglianza di fronte alla legge, ma non sociale, allora il senso di comunità può essere qualcosa che avvolge queste componenti rendendole migliori, più giuste e più forti, meno narcisistiche, meno nichilistiche e meno individualistiche nel senso deteriore del termine.
Oggi l'occidente sembra aver perso il senso di sè e sembra debole di fronte ai suoi nemici, che siano gli stati autoritari asiatici o l'islamismo integrale, forse proprio perchè non sa ricomporre i proprio valori in un unico tessuto patriottico, in un senso di comunità e ancor di più nel renderli non negoziabili questi valori, ma diluendosi in un'unica melassa multiculturale e globalista dove il burka, l'antisionismo e il complottismo fascistoide antiamericanista hanno diritto di cittadinanza.
Serve quindi uno scatto e una presa di coscienza che facciano capire che l'occidente deve essere libero e tollerante, ma non compatibile con ogni cosa e talmente liberale da tollerare tutto ciò che lo vuole distruggere. Si, è vero, si è detto e si è visto che l'occidente ha sconfitto il comunismo anche dando la libertà ai comunisti di poter professare la propria fede in occidente, mentre gli anticomunisti erano perseguitati negli stati socialisti, dalla Russia a Cuba, ma attenzione, perchè questa superiorità valeva con il marxismo, che seppur stravolto dalle teorie fanatiche di Lenin, è sempre rimasto un'ideologia ancorata all'occidente, nata in occidente e figlia dell'occidente liberale, dove il confronto con i diritti democratici e di libertà lo potevano mettere in imbarazzo e squalificare di fronte ai propri cittadini e ai cittadini dell'occidente, ma lo stesso non si può dire ne' dell'Islam ne' dell'euroasiatismo rossobruno del regime putiniano e probabilmente nemmeno del neonazionalismo cinese, la cui identità andrebbe studiata meglio, perchè questi non hanno la libertà unita alla democrazia come valore conclamato, in particolare l'Islam radicale.
La competizione con il comunismo può risolversi in linea di massima ad armi pari e in parte sullo stesso piano, seppur tenendo conto delle doppiezze dialettiche del comunismo, ma quando ci si trova di fronte ad un nuovo nazismo asiatico e mediorientale, l'occidente deve ritrovare, insieme ai valori del liberalismo, il senso della spada e della crociata, senza falsi pudori e ipocrisie, e sopratutto senza nessuna forma di appeasement.
Blog che si occupa di geopolitica, politica italiana, storia del comunismo, della sinistra italiana e osservatorio sui movimenti estremistici e sul nuovo antisemitismo
domenica 22 aprile 2018
sabato 21 aprile 2018
Michele Serra alla gogna su twitter: ha torto, ma ha ragione
Oggi è toccato a Michele Serra finire alla gogna su Twitter, quel luogo dove qualunque imbecille può sentenziare in poche righe, senza prendersi lo sforzo di elaborare un ragionamento. Ho sempre creduto che o sei un battutista umorista o hai un grande dono della sintesi, cosa rara, oppure Twitter è la massima espressione di come la libertà assoluta sia nemica della libertà regolata.
Ma a parte questo quello che è successo è presto detto: Michele Serra ha scritto un articolo dove ha ripetuto quello che dice da decenni, mentre l'Italia e il mondo cambiavano, ma lui non se ne è accorto. Ha sostanzialmente ribadito la vecchia teoria leninista secondo cui il popolo è ignorante, violento e imbruttito, ma lo è per colpa della borghesia sfruttatrice e diabolica che tiene nella miseria e nell'ignoranza il popolo, così che i figli del popolo finiscono con il picchiare gli insegnanti. Uno schematismo primonovecentesco tipico di uno come lui convinto che solo la pedagogìa degli intellettuali possa redimere un mondo dominato da cattivi borghesi sfruttatori e pieno di plebei rozzi e subalterni alla classe dominante.
Un discorso quindi che si può definire classista ma sul piano oggettivo, nel senso che a detta di Serra è la realtà ad esserlo, ma anticlassista sul piano soggettivo e volontaristico, seppur intriso di quella aurea rieducativa e dirigista dell'intellettuale organico, che sotto sotto se vogliamo è pieno di disprezzo solidaristico.
Invece su Twitter una massa di ritardati lo ha accusato di essere un borghese snob e classista, dove per classista s'intendeva che molti italioti (per usare una espressione storica di Serra) si sono sentiti discriminati dalle sue parole, dimostrando loro malgrado che in fondo Serra è sì rimasto ai primi del '900, ma su certi aspetti finisce per altre vie con il non avere tutti i torti, e cioè che la maggioranza degli italiani non è in grado di leggere un testo scritto di una minima complessità.
Ora però la colpa non è del fatto che gli italiani non hanno fatto il liceo, bensì gli istituti tecnici diabolicamente orditi dalla borghesia, perchè non è vero. Casomai la maggioranza degli italiani non è andata oltre la terza media, (mentre gli istituti tecnici purtroppo sono stati quasi del tutto aboliti, per non parlare delle scuole professionali), ma nella maggior parte dei casi non perchè non hanno potuto studiare, ma perchè non hanno voluto.
Se poi si aggiunge che ci sono laureati di 40, 50 anni, che si vantano di non aver più aperto un libro dopo il conseguimento della laurea, si capisce che il problema dell'analfabetismo funzionale è ben più esteso e "interclassista" di quello che pensa Serra.
La verità è che quello che domina la nostra società è quello che è stata ben definita in un brillante libro dei primi anni '90, "la cultura del piagnisteo", in cui tutti si atteggiano a vittime di una immaginaria discriminazione e persino un epigono del politicamente corretto come Michele Serra finisce nel tritacarne del popolo sovrano, che in quanto sovrano, si comporta come un monarca viziato e non accetta la benchè minima critica, anche se poi quella critica era in realtà un attacco ai ricchi, mentre pure un presunto eroe del politicamente scorretto come Salvini finisce con il piagnucolare accusando Serra di razzismo. Ma ha ragione Serra, viviamo in un paese di ignoranti, ma non per colpa dei ricchi classisti, ma del popolo, ignorante per scelta o peggio ancora indottrinato su internet.
Ma a parte questo quello che è successo è presto detto: Michele Serra ha scritto un articolo dove ha ripetuto quello che dice da decenni, mentre l'Italia e il mondo cambiavano, ma lui non se ne è accorto. Ha sostanzialmente ribadito la vecchia teoria leninista secondo cui il popolo è ignorante, violento e imbruttito, ma lo è per colpa della borghesia sfruttatrice e diabolica che tiene nella miseria e nell'ignoranza il popolo, così che i figli del popolo finiscono con il picchiare gli insegnanti. Uno schematismo primonovecentesco tipico di uno come lui convinto che solo la pedagogìa degli intellettuali possa redimere un mondo dominato da cattivi borghesi sfruttatori e pieno di plebei rozzi e subalterni alla classe dominante.
Un discorso quindi che si può definire classista ma sul piano oggettivo, nel senso che a detta di Serra è la realtà ad esserlo, ma anticlassista sul piano soggettivo e volontaristico, seppur intriso di quella aurea rieducativa e dirigista dell'intellettuale organico, che sotto sotto se vogliamo è pieno di disprezzo solidaristico.
Invece su Twitter una massa di ritardati lo ha accusato di essere un borghese snob e classista, dove per classista s'intendeva che molti italioti (per usare una espressione storica di Serra) si sono sentiti discriminati dalle sue parole, dimostrando loro malgrado che in fondo Serra è sì rimasto ai primi del '900, ma su certi aspetti finisce per altre vie con il non avere tutti i torti, e cioè che la maggioranza degli italiani non è in grado di leggere un testo scritto di una minima complessità.
Ora però la colpa non è del fatto che gli italiani non hanno fatto il liceo, bensì gli istituti tecnici diabolicamente orditi dalla borghesia, perchè non è vero. Casomai la maggioranza degli italiani non è andata oltre la terza media, (mentre gli istituti tecnici purtroppo sono stati quasi del tutto aboliti, per non parlare delle scuole professionali), ma nella maggior parte dei casi non perchè non hanno potuto studiare, ma perchè non hanno voluto.
Se poi si aggiunge che ci sono laureati di 40, 50 anni, che si vantano di non aver più aperto un libro dopo il conseguimento della laurea, si capisce che il problema dell'analfabetismo funzionale è ben più esteso e "interclassista" di quello che pensa Serra.
La verità è che quello che domina la nostra società è quello che è stata ben definita in un brillante libro dei primi anni '90, "la cultura del piagnisteo", in cui tutti si atteggiano a vittime di una immaginaria discriminazione e persino un epigono del politicamente corretto come Michele Serra finisce nel tritacarne del popolo sovrano, che in quanto sovrano, si comporta come un monarca viziato e non accetta la benchè minima critica, anche se poi quella critica era in realtà un attacco ai ricchi, mentre pure un presunto eroe del politicamente scorretto come Salvini finisce con il piagnucolare accusando Serra di razzismo. Ma ha ragione Serra, viviamo in un paese di ignoranti, ma non per colpa dei ricchi classisti, ma del popolo, ignorante per scelta o peggio ancora indottrinato su internet.
Il bullismo contro gli insegnanti viene da lontano
Gli episodi di cosidetto "bullismo" verso gli insegnanti (espressione che in realtà minimizza il fenomeno) non devono scandalizzare nella misura in cui non sono una novità, ma risalgono a quando nel '68 i professori venivano rinchiusi negli armadi o a quando nella Cina di Mao venivano mandati a zappare la terra o messi alla gogna mettendo gli studenti a dirigere le scuole e gli ospedali. Quello che si dovrebbe ristabilire è un minimo di disciplina e senso delle istituzioni e dell'autorità, che non è fascismo come gli imbecilli e gli ignoranti pensano, perchè il fascismo fu il primo movimento giovanilista, ribellista e antiistituzionale dell'epoca contemporanea, ma è in realtà democrazia, liberalismo ma anche in linea con la più solida tradizione comunista italiana.
Trump e Putin non sono la stessa cosa e la geopolitica è superiore all'ideologia
Le vicende di questi giorni in Siria, ma anche quelle dei mesi precedenti sulla Corea, ci dicono ancora una volta che la geopolitica è più importante della ideologia. L'idea che Trump e Putin fossero la stessa cosa è stata smentita, se non altro, prima di tutto dalla collocazione geopolitica dei due presidenti. Gli interessi inconciliabili di Usa e Russia, ma anche le loro identità incompatibili, hanno fatto a stracci le tesi semplicistiche, come la realtà irrompe sui sogni, che a sostenerle siano populisti rosso-bruni alla Salvini o "radical-chic" arancioni-rosa snob. E a proposito, avete notato che le tesi di populisti e sinistri da salotto, sovranisti e globalisti, sostenitori di società multiculturali e "aperte" o identitari e "chiusi" dall'altra, sono sempre speculari e sullo stesso piano? E se la realtà fosse su un altro piano? E se avesse altre sfumature e altre tonalità di colori?
lunedì 2 aprile 2018
Grillini postideologici, ma anche molto ideologici
I grillini, si è detto, sono un movimento postideologico, sono ne' destra ne' sinistra, ma attenzione a pensare che l'ideologia sia sparita del tutto. Certo, è un movimento morale, territoriale, tematico, ma l'ideologia c'è tutta nel loro movimento, anzi partito, c'è nel bis-pensiero orwelliano, per cui il Pd fa inciuci, mentre loro fanno compromessi necessari e programmatici, c'è nel senso per cui chi ruba da loro è una mela marcia in un corpo sano, mentre un avviso di garanzia per il Pd è la prova della corruzione strutturale di quel partito, c'è nella disciplina ferrea, nell'unità granitica, c'è nell'idea che i media tradizionali mentono sempre e sono servi del sistema e non bisogna credere a nulla di quello che dicono, mentre bisogna credere ciecamente e fideisticamente a tutte le fake-news che i portali a cinque stelle diffondono nella rete. L'ideologia non si è estinta. anzi è più viva che mai.
Cosa deve fare il Pd per sconfiggere questo nuovo neo-ideologismo? Tornare ad essere un partito ideologico come era un tempo? Certo che no, ma un minimo di unità, la lealtà al segretario, un minimo di spirito e orgoglio di partito va recuperato. Il quotidiano bombardamento delle minoranze contro la maggioranza del partito non è stato certo il principale motivo della recente sconfitta elettorale, ma certamente ha influito e cambiare rotta rispetto alla disciplina interna deve essere necessario.
Cosa deve fare il Pd per sconfiggere questo nuovo neo-ideologismo? Tornare ad essere un partito ideologico come era un tempo? Certo che no, ma un minimo di unità, la lealtà al segretario, un minimo di spirito e orgoglio di partito va recuperato. Il quotidiano bombardamento delle minoranze contro la maggioranza del partito non è stato certo il principale motivo della recente sconfitta elettorale, ma certamente ha influito e cambiare rotta rispetto alla disciplina interna deve essere necessario.
domenica 1 aprile 2018
Il ruolo della sinistra antirenziana
Il queste ore, in questi giorni, si sta dispiegando quello che nei precedenti cinque anni è stato solo dentro i risvolti: La sinistra antirenziana altro non è stata che l'utile idiota (senza offesa, per dirla alla Lenin) del nuovo governo Salvini-Di Maio, il suo migliore alleato. Aveva ragione Bertinotti, che era un genio, la sinistra, anche quella che votava Pds, ha bisogno di stare all'opposizione, non sopporta le responsabilità di governo, i compromessi, mentre il miscuglio di azionismo e postberlinguerismo non si traduce in un nuovo riformismo, ma nella rinascita della peggiore sinistra massimalista e bordighista.
giovedì 22 marzo 2018
Zuckerberg, l'utile idiota dei russi
Zuckerberg non è il grande fratello, ma l'espressione massima dell'ingenuità di un libertario ebreo americano, che voleva connettere le persone e il mondo e si è fatto strumento delle strategìe mediatiche degli stati autoritari, in primis la Russia.
Quello a cui abbiamo assistito in questi anni non ha precedenti nella storia. Uno stato straniero ha potuto entrare nelle case di milioni di cittadini occidentali, manipolandoli e usando la totale libertà di espressione che vige su internet per destabilizzare gli stati democratici. Usare le libertà occidentali, usare i valori occidentali per distruggere l'occidente. Questa è la leva, la massima che ha spinto la condotta dei cosidetti troll di Putin.
Non si tratta di fare del complottismo, cosa in cui invece sono maestri Putin e i suoi fan, ma forse è vero che chi accusa gli altri di complotto lo fa perchè è il primo a complottare. Ma il fatto è che sicuramente la Russia ha fatto leva sull'insoddisfazione, sul malcontento, ovviamente già esistente nei nostri paesi, in particolare dalla crisi economica del 2008, ma sempre di fatto si è trattata di una colonizzazione culturale senza precedenti nella storia.
Gente che si definisce nazionalista, patriota, sovranista, che dice che i loro avversari politici "andrebbero processati per tradimento della patria", sono in realtà stati in questi anni burattini di uno Stato straniero, autoritario, antidemocratico, antioccidentale, in guerra con gli Sati Uniti e l'Europa. Riflettiamoci. Dall'altra parte gente che si definisce antimperialista, comunista e pacifista è stata in questi anni strumento del nuovo impero fascista Cino-russo.
Da parte sua, il povero Zuckerberg dimostra come l'utopismo sia da sempre al servizio della tirannide, ovviamente suo malgrado. Di come le più belle utopìe, sempre, generano totalitarismi. La sua idea totale di libertà d'espressione non ha fatto i conti con la miserìa dell'hater, la sua idea globalista di mondo interconnesso non ha fatto i conti con la vecchia geopolitica. Ci pensino i cantori della globalizzazione, a non diventare gli eterni utili idioti dello Zar e del nuovo imperatore cinese.
Quello a cui abbiamo assistito in questi anni non ha precedenti nella storia. Uno stato straniero ha potuto entrare nelle case di milioni di cittadini occidentali, manipolandoli e usando la totale libertà di espressione che vige su internet per destabilizzare gli stati democratici. Usare le libertà occidentali, usare i valori occidentali per distruggere l'occidente. Questa è la leva, la massima che ha spinto la condotta dei cosidetti troll di Putin.
Non si tratta di fare del complottismo, cosa in cui invece sono maestri Putin e i suoi fan, ma forse è vero che chi accusa gli altri di complotto lo fa perchè è il primo a complottare. Ma il fatto è che sicuramente la Russia ha fatto leva sull'insoddisfazione, sul malcontento, ovviamente già esistente nei nostri paesi, in particolare dalla crisi economica del 2008, ma sempre di fatto si è trattata di una colonizzazione culturale senza precedenti nella storia.
Gente che si definisce nazionalista, patriota, sovranista, che dice che i loro avversari politici "andrebbero processati per tradimento della patria", sono in realtà stati in questi anni burattini di uno Stato straniero, autoritario, antidemocratico, antioccidentale, in guerra con gli Sati Uniti e l'Europa. Riflettiamoci. Dall'altra parte gente che si definisce antimperialista, comunista e pacifista è stata in questi anni strumento del nuovo impero fascista Cino-russo.
Da parte sua, il povero Zuckerberg dimostra come l'utopismo sia da sempre al servizio della tirannide, ovviamente suo malgrado. Di come le più belle utopìe, sempre, generano totalitarismi. La sua idea totale di libertà d'espressione non ha fatto i conti con la miserìa dell'hater, la sua idea globalista di mondo interconnesso non ha fatto i conti con la vecchia geopolitica. Ci pensino i cantori della globalizzazione, a non diventare gli eterni utili idioti dello Zar e del nuovo imperatore cinese.
martedì 20 marzo 2018
L'analisi della sconfitta/2, esiste ancora l'Italia?
A differenza di quello che dice Di Maio e qualche sociologo pronto a saltare sul carro dei grillini, il voto ai cinque stelle non è l'unico voto nazionale di queste elezioni, ma è decisamente territoriale, come tutti i voti a tutti gli altri partiti.
L'altro giorno Il Giornale ha mostrato una cartina dell'Italia preunitaria, ebbene la macchia gialla dove i cinque stelle stravincono nei collegi uninominali corrisponde perfettamente e in ogni metro quadrato ai confini del Regno delle Due Sicilie. Il centrodestra invece vince in tutta la provincia del centronord con un rapporto di due a uno in favore della Lega rispetto a Forza Italia che si diluisce andando verso il Lazio e si ribalta al sud.
Il Pd è a tutti gli effetti un partito urbano del centronord, che va bene solo a Torino città, Milano città, Bologna e Firenze, oltre a qualche isola in Toscana e Romagna.
L'Emilia è ormai leghista. Salvini inoltre prende un seppur ragguardevole 6% al Sud (inimmaginabile cinque anni fa), ma tutto sommato per come si è speso per "nazionalizzare" la Lega togliendo anche la dicitura "Nord" dal simbolo, tanto valeva rimanere come prima.
Non è un caso che Leu prenda in maniera omogenea tra il 2,5 e il 4% su tutto il territorio nazionale, trattandosi forse dell'ultimo voto ideologico presente sul campo, insieme ai partitini di estrema sinistra e estrema destra.
E' stato un voto territoriale, forse solo Forza Italia si mantiene distribuita su tutto il territorio, ma perde terreno al sud. Questo voto segna la fine politica dell'Italia e c'è una forte sottovalutazione rispetto a questo dato.
Un altro aspetto è che è un voto fluttuante. Mesi fa scrissi come storicamente gli italiani tendevano ad essere fedeli al proprio partito, mi aspettavo quindi una stabilizzazione del voto rispetto al 2013, ma mi sbagliavo. Ormai per almeno la metà dell'elettorato il voto non è più di appartenenza e cambia da una tornata all'altra. Anche così si spiega l'exploit del Pd di Renzi nel 2014 e il suo tracollo quattro anni dopo. Un monito anche per chi ora canta vittoria, ma che potrebbe essere abbandonato se non rispetterà le promesse, e sappiamo come il reddito di cittadinanza e l'uscita dall'euro sono una chimera.
E' stato poi come detto un voto tematico, immigrazione, insicurezza, percezione di precarietà hanno fatto da padrone, il Pd non è riuscito ad imporre nessun tema e si è fatto imporre i temi in agenda, come abbiamo visto, la cosa peggiore che questo è avvenuto da destra come da sinistra, con un fuoco incrociato che ha stritolato la linea "centrista" del partito.
C'è poi, quindi, un altro aspetto, che s'intreccia con il voto territoriale, Il Pd si è presentato come il partito di un'Italia unita che non esiste più. Ha provato a fare da ponte tra le varie Italie, ma sopratutto si è illuso che in politica si possa vincere senza individuare un nemico preciso. Il Pd non aveva nemici, mentre per tutti gli altri il nemico era il Pd. E' triste da dire, ma la campagna elegante di Renzi non ha pagato, l'unico a non insultare gli elettori degli altri partiti, ma sopratutto l'unico senza un nemico chiaro, diviso al suo interno tra chi combatteva la destra e chi i grillini, ma sopratutto pervaso dall'idea che non bisognava andare contro qualcuno, puntando al contrario tutto su proposte concrete, pragmatismo e rivendicazione del lavoro fatto al governo. Temo invece bisognerà recuperare una vecchia lezione dei comunisti, che sapevano sempre scegliere un nemico principale e costruire alleanze su questo. Ed è chiaro che il nemico del Pd non può che essere il cinque stelle.
L'altro giorno Il Giornale ha mostrato una cartina dell'Italia preunitaria, ebbene la macchia gialla dove i cinque stelle stravincono nei collegi uninominali corrisponde perfettamente e in ogni metro quadrato ai confini del Regno delle Due Sicilie. Il centrodestra invece vince in tutta la provincia del centronord con un rapporto di due a uno in favore della Lega rispetto a Forza Italia che si diluisce andando verso il Lazio e si ribalta al sud.
Il Pd è a tutti gli effetti un partito urbano del centronord, che va bene solo a Torino città, Milano città, Bologna e Firenze, oltre a qualche isola in Toscana e Romagna.
L'Emilia è ormai leghista. Salvini inoltre prende un seppur ragguardevole 6% al Sud (inimmaginabile cinque anni fa), ma tutto sommato per come si è speso per "nazionalizzare" la Lega togliendo anche la dicitura "Nord" dal simbolo, tanto valeva rimanere come prima.
Non è un caso che Leu prenda in maniera omogenea tra il 2,5 e il 4% su tutto il territorio nazionale, trattandosi forse dell'ultimo voto ideologico presente sul campo, insieme ai partitini di estrema sinistra e estrema destra.
E' stato un voto territoriale, forse solo Forza Italia si mantiene distribuita su tutto il territorio, ma perde terreno al sud. Questo voto segna la fine politica dell'Italia e c'è una forte sottovalutazione rispetto a questo dato.
Un altro aspetto è che è un voto fluttuante. Mesi fa scrissi come storicamente gli italiani tendevano ad essere fedeli al proprio partito, mi aspettavo quindi una stabilizzazione del voto rispetto al 2013, ma mi sbagliavo. Ormai per almeno la metà dell'elettorato il voto non è più di appartenenza e cambia da una tornata all'altra. Anche così si spiega l'exploit del Pd di Renzi nel 2014 e il suo tracollo quattro anni dopo. Un monito anche per chi ora canta vittoria, ma che potrebbe essere abbandonato se non rispetterà le promesse, e sappiamo come il reddito di cittadinanza e l'uscita dall'euro sono una chimera.
E' stato poi come detto un voto tematico, immigrazione, insicurezza, percezione di precarietà hanno fatto da padrone, il Pd non è riuscito ad imporre nessun tema e si è fatto imporre i temi in agenda, come abbiamo visto, la cosa peggiore che questo è avvenuto da destra come da sinistra, con un fuoco incrociato che ha stritolato la linea "centrista" del partito.
C'è poi, quindi, un altro aspetto, che s'intreccia con il voto territoriale, Il Pd si è presentato come il partito di un'Italia unita che non esiste più. Ha provato a fare da ponte tra le varie Italie, ma sopratutto si è illuso che in politica si possa vincere senza individuare un nemico preciso. Il Pd non aveva nemici, mentre per tutti gli altri il nemico era il Pd. E' triste da dire, ma la campagna elegante di Renzi non ha pagato, l'unico a non insultare gli elettori degli altri partiti, ma sopratutto l'unico senza un nemico chiaro, diviso al suo interno tra chi combatteva la destra e chi i grillini, ma sopratutto pervaso dall'idea che non bisognava andare contro qualcuno, puntando al contrario tutto su proposte concrete, pragmatismo e rivendicazione del lavoro fatto al governo. Temo invece bisognerà recuperare una vecchia lezione dei comunisti, che sapevano sempre scegliere un nemico principale e costruire alleanze su questo. Ed è chiaro che il nemico del Pd non può che essere il cinque stelle.
lunedì 19 marzo 2018
Marco Biagi, la solitudine di un riformista
Il miglior modo di ricordare Marco Biagi, il professore ucciso dalle brigate rosse nel 2002, è sicuramente leggere Marco Biagi, il suo lavoro, la sua proposta non banale di riforma del lavoro che trovò tanti nemici, non solo tra i brigatisti. Come un tempo i riformisti venivano accusati di essere reazionari di destra, oggi l'accusa infamante è quella di essere liberisti. Marco Biagi era un coraggioso perchè non era un ipocrita, voleva dare a chi lavora in nero o a chi è disoccupato un contratto di lavoro. Per questo, chi dipinge il passato come un eden, lo accusò di aver precarizzato i lavoratori. La perfidìa di chi difende solo una minoranza di lavoratori ipergarantiti si unì alla stupidità dei giovani che non sanno nemmeno individuare chi è il vero nemico. In mezzo tante zone d'ombra, tante zone grigie, a destra come a sinistra e la consapevolezza che in Italia, da 100 anni a questa parte, i riformisti e i liberali sono sempre in mezzo ad un fuoco incrociato.
mercoledì 7 marzo 2018
Dove sono finiti i voti delle europee?
Undici milioni di voti alle europee del 2014, sei milioni di voti alle politiche del 2018. Questo il risultato di Renzi e del Pd, così che l'istituto Cattaneo ha analizzato dove sono finiti quei 5 milioni di voti scomparsi: Ebbene, quasi due milioni di voti sono andati ai 5 stelle, altri quasi due milioni all'astensione, quasi un milione al centrodestra, solo quattrocentomila sia alla lista Bonino che a Leu. Quindi, ricapitolando: Prima ai grillini, poi agli astenuti, terzo al centrodestra (più Lega che Forza Italia vien da pensare visti certi travasi nelle ex regioni rosse) e solo per ultimo alle alternative di centrosinistra e alla sinistra antirenziana.
Per anni commentatori, presunti esperti, ci hanno raccontato che Renzi stava andando troppo a destra, che stava abbandonando i valori di sinistra, che la base del Pd era in rivolta, poi Renzi sì perde, ma in favore di Cinque stelle e Lega, mentre molti si astengono, ma è astensionismo di sinistra o cinismo snob e un po' dadaista? Ad ogni modo l'antirenzismo di sinistra, pompato da media tradizionali e nuovi, si riduce al 3% ad andar bene. Quindi il problema non è Renzi, e nemmeno un discorso di destra e sinistra, come ci hanno raccontato, ma qualcosa di più profondo, che bisognerà indagare.
Per anni commentatori, presunti esperti, ci hanno raccontato che Renzi stava andando troppo a destra, che stava abbandonando i valori di sinistra, che la base del Pd era in rivolta, poi Renzi sì perde, ma in favore di Cinque stelle e Lega, mentre molti si astengono, ma è astensionismo di sinistra o cinismo snob e un po' dadaista? Ad ogni modo l'antirenzismo di sinistra, pompato da media tradizionali e nuovi, si riduce al 3% ad andar bene. Quindi il problema non è Renzi, e nemmeno un discorso di destra e sinistra, come ci hanno raccontato, ma qualcosa di più profondo, che bisognerà indagare.
martedì 6 marzo 2018
L'analisi della sconfitta
Diciamo che impostare la campagna elettorale sui temi di antifascismo, Stati Uniti d'Europa e quanto è bella la società aperta e la globalizzazione non è stata una grande idea. Forse perchè bisognava impostare la campagna elettorale su fascismo, No Euro e autarchia? Certo che no, però diciamo che il tema è più complesso e allo stesso tempo non è facile quando ormai la politica si fa non più su una teoria della società alle spalle, ma appunto su due, tre temi qualificanti, spesso legati al territorio, verso i quali ogni formazione politica si identifica e si caratterizza.
Andiamo con ordine. La paventata ondata nera neofascista si è concretizzata in un 0,8 a Casa Pound e ancora meno a Forza Nuova. Per fortuna le solite percentuali da prefisso telefonico a cui i neofascisti ci hanno abituato da 20 anni a questa parte. Forse era meglio occuparsi dell'ondatona grillona, del nuovo Re delle due Sicilie e del loro reddito di cittadinanza. In una parola occuparsi di lavoro, dando una risposta a questo tema che per una forza di sinistra non potrà mai essere assistenzialismo, ma coniugare diritti e sviluppo. Una risposta che in realtà il governo uscente ha provato a dare in questi anni, senza però difenderla e non mettendola al centro del dibattito. Sull'antifascismo c'è poi un discorso molto lungo (in parte già analizzato qui: Tattica e strategia alla base della nuova pavloviana stagione antifascista ), dal fatto che non era certo il tema del momento a come Renzi si è fatto trascinare su questo terreno temendo di perdere voti a sinistra (ma poi si è visto come chi si colloca alla sua sinistra è tra l'1 e il 3%), passando per come l'antifascismo è sì un valore in sè, ma da 70 anni a questa parte è stato strumento di egemonìa di una parte politica, proprio quella che Renzi vorrebbe superare, e dunque di come non esiste un antifascismo, ma più antifascismi, infine come è decisamente miope bollare come fascista tutto l'elettorato della Lega, fatto di operai, artigiani e piccoli imprenditori, pur tenendo conto della deriva di Salvini.
Passiamo al tema scottante dell'Europa. Anche qui, non si tratta di un problema di collocazione, ma di priorità, gradazione, sfumature e coniugazione. Certamente, a differenza dell'antifascismo, l'Europa è un tema considerato di primo piano dalla gran parte dei cittadini, quindi era inevitabile prendere una posizione, ma teniamo conto che anche questo appare come un tema imposto al Pd, considerato che si potrebbe dire che aumentare il debito pubblico per alimentare la spesa statale è sbagliato e contro l'interesse nazionale a prescindere che lo dica l'Europa. Certo è, che tra l'immagine euroentusiasta data dalla campagna elettorale del Pd, corrobata dall'alleato autodenominatosi non a caso e frontalmente rispetto al sentire comune Più Europa e dall'altra parte l'antieuropeismo vittimistico, complottistico e antioccidentale di Lega e grillini, si poteva trovare una diversa gradazione e una terza via. C'è poi il problema della coniugazione, come coniugare l'europeismo con il patriottismo democratico di cui Renzi si è fatto portatore e presente anche sulla bandiera tricolore del Pd, quando l'Europa per esempio (o per meglio dire gli stati membri) abbandonano l'Italia di fronte all'emergenza immigrazione? Come poi considerare la politica estera dell'Europa, se ne esiste una e se esiste è decisamente filoislamica, ambigua e doppiogiochista, infine chiedersi dov'è l'anima dell'Europa, dov'è il suo senso di comunità se non in qualche aperitivo degli studenti in erasmus? Io mi chiedo se non era meglio investire su un tema che tutte le altre forze politiche stanno abbandonando o ne sono aspramente contrarie, un tema che potrebbe comprendere l'Europa e darle un senso più chiaro, un tema che si chiama Occidente, valori occidentali: cioè quella capacità esclusiva di questa parte geopolitica (fino a quando di fronte all'ondata populista?) di saper coniugare democrazia con rispetto delle minoranze e delle istituzioni, mercato e tutele sociali, libertà individuale e senso di comunità.
Ed eccoci alla globalizzazione, alla società aperta, la terza bandiera esposta dal Pd in questa campagna elettorale. Confesso di avere un passato No global che sinceramente non butto via del tutto. La globalizzazione, l'universalismo non mi hanno mai entusiasmato, sono sempre stato un comunista non ortodosso, di tipo gramsciano, nazional-popolare, inoltre tra la rivoluzione permanente e il socialismo in un solo paese ho sempre preferito il secondo, per di più la società multiculturale mi è sempre sembrata una cosa dove tutti abbandonano la propria identità per un modello unico, un'omologazione collettivistica in nome di una falsa diversità che non esiste. Certo, il movimento No global era in realtà un movimento antiliberale più che antiglobalizzazione, più antiamericano che anarchico, ma in generale aveva saputo percepire che questo entusiasmo per il mondo globale era per lo più relegato nelle elites e non nel popolo. Il punto è che gli stati-nazione non sono quell'orpello archeologico e anacronistico che molti vorrebbero dipingere, che non si dovrebbe gettare nelle braccia dei Salvini e delle Meloni il discorso della sovranità. Ma poi c'è un altro punto: il voto ci restituisce la mappa di un'Italia divisa, più localistica che nazionale: i grillini al sud, il centrodestra al centronord e il Pd relegato nei quattro grandi comuni del centronord (Milano, Torino, Bologna e Firenze). Quindi un tema aperto, che necessita un dibattito, ma comunque da non spendere come bandiera a meno che non si voglia di fatto alimentare un nuovo conflitto città-campagna divenendo la roccaforte esclusiva di quelle quattro-cinque città italiane a vocazione europea e cosmopolita.
Quali dovevano essere quindi le bandiere del Pd in questa campagna elettorale? A mio modo di vedere Lavoro, Sinistra Occidentale e un approccio meno snobistico verso le paure della gente.
Renzi ha perso? Sì, ma vediamo come le alternative di sinistra al renzismo nemmeno scendono in campo. Da una parte Più Europa, che prende poco più del 2%, che potremmo definire come il partito dei renziani delusi della prima ora, una concezione del renzismo che porta agli eccessi modernismo, nuovismo, ultraindividualismo narcisistico, disfattismo, universalismo omologante, negazione del concetto di territorio, dall'altra le opzioni di sinistra novecentesca, che in qualche modo compenetrano questi elementi insieme anche ad un tatticismo esasperato, visioni ultraideologiche, anticapitalismo ossessivo, schematismi postmarxisti che sostituiscono il conflitto capitale-lavoro con identarismi generazionali, di genere e terzomondisti, e una riduzione di ogni discorso di sinistra ad una banale logica di Robin Hood.
Dall'altra invece sviluppo e non decrescita, scienza e non santoni, sinistra prudente con un po' di sano conservatorismo, sano patriottismo, ma anche libertà più che egualitarismo, sano individualismo e comunità.
Andiamo con ordine. La paventata ondata nera neofascista si è concretizzata in un 0,8 a Casa Pound e ancora meno a Forza Nuova. Per fortuna le solite percentuali da prefisso telefonico a cui i neofascisti ci hanno abituato da 20 anni a questa parte. Forse era meglio occuparsi dell'ondatona grillona, del nuovo Re delle due Sicilie e del loro reddito di cittadinanza. In una parola occuparsi di lavoro, dando una risposta a questo tema che per una forza di sinistra non potrà mai essere assistenzialismo, ma coniugare diritti e sviluppo. Una risposta che in realtà il governo uscente ha provato a dare in questi anni, senza però difenderla e non mettendola al centro del dibattito. Sull'antifascismo c'è poi un discorso molto lungo (in parte già analizzato qui: Tattica e strategia alla base della nuova pavloviana stagione antifascista ), dal fatto che non era certo il tema del momento a come Renzi si è fatto trascinare su questo terreno temendo di perdere voti a sinistra (ma poi si è visto come chi si colloca alla sua sinistra è tra l'1 e il 3%), passando per come l'antifascismo è sì un valore in sè, ma da 70 anni a questa parte è stato strumento di egemonìa di una parte politica, proprio quella che Renzi vorrebbe superare, e dunque di come non esiste un antifascismo, ma più antifascismi, infine come è decisamente miope bollare come fascista tutto l'elettorato della Lega, fatto di operai, artigiani e piccoli imprenditori, pur tenendo conto della deriva di Salvini.
Passiamo al tema scottante dell'Europa. Anche qui, non si tratta di un problema di collocazione, ma di priorità, gradazione, sfumature e coniugazione. Certamente, a differenza dell'antifascismo, l'Europa è un tema considerato di primo piano dalla gran parte dei cittadini, quindi era inevitabile prendere una posizione, ma teniamo conto che anche questo appare come un tema imposto al Pd, considerato che si potrebbe dire che aumentare il debito pubblico per alimentare la spesa statale è sbagliato e contro l'interesse nazionale a prescindere che lo dica l'Europa. Certo è, che tra l'immagine euroentusiasta data dalla campagna elettorale del Pd, corrobata dall'alleato autodenominatosi non a caso e frontalmente rispetto al sentire comune Più Europa e dall'altra parte l'antieuropeismo vittimistico, complottistico e antioccidentale di Lega e grillini, si poteva trovare una diversa gradazione e una terza via. C'è poi il problema della coniugazione, come coniugare l'europeismo con il patriottismo democratico di cui Renzi si è fatto portatore e presente anche sulla bandiera tricolore del Pd, quando l'Europa per esempio (o per meglio dire gli stati membri) abbandonano l'Italia di fronte all'emergenza immigrazione? Come poi considerare la politica estera dell'Europa, se ne esiste una e se esiste è decisamente filoislamica, ambigua e doppiogiochista, infine chiedersi dov'è l'anima dell'Europa, dov'è il suo senso di comunità se non in qualche aperitivo degli studenti in erasmus? Io mi chiedo se non era meglio investire su un tema che tutte le altre forze politiche stanno abbandonando o ne sono aspramente contrarie, un tema che potrebbe comprendere l'Europa e darle un senso più chiaro, un tema che si chiama Occidente, valori occidentali: cioè quella capacità esclusiva di questa parte geopolitica (fino a quando di fronte all'ondata populista?) di saper coniugare democrazia con rispetto delle minoranze e delle istituzioni, mercato e tutele sociali, libertà individuale e senso di comunità.
Ed eccoci alla globalizzazione, alla società aperta, la terza bandiera esposta dal Pd in questa campagna elettorale. Confesso di avere un passato No global che sinceramente non butto via del tutto. La globalizzazione, l'universalismo non mi hanno mai entusiasmato, sono sempre stato un comunista non ortodosso, di tipo gramsciano, nazional-popolare, inoltre tra la rivoluzione permanente e il socialismo in un solo paese ho sempre preferito il secondo, per di più la società multiculturale mi è sempre sembrata una cosa dove tutti abbandonano la propria identità per un modello unico, un'omologazione collettivistica in nome di una falsa diversità che non esiste. Certo, il movimento No global era in realtà un movimento antiliberale più che antiglobalizzazione, più antiamericano che anarchico, ma in generale aveva saputo percepire che questo entusiasmo per il mondo globale era per lo più relegato nelle elites e non nel popolo. Il punto è che gli stati-nazione non sono quell'orpello archeologico e anacronistico che molti vorrebbero dipingere, che non si dovrebbe gettare nelle braccia dei Salvini e delle Meloni il discorso della sovranità. Ma poi c'è un altro punto: il voto ci restituisce la mappa di un'Italia divisa, più localistica che nazionale: i grillini al sud, il centrodestra al centronord e il Pd relegato nei quattro grandi comuni del centronord (Milano, Torino, Bologna e Firenze). Quindi un tema aperto, che necessita un dibattito, ma comunque da non spendere come bandiera a meno che non si voglia di fatto alimentare un nuovo conflitto città-campagna divenendo la roccaforte esclusiva di quelle quattro-cinque città italiane a vocazione europea e cosmopolita.
Quali dovevano essere quindi le bandiere del Pd in questa campagna elettorale? A mio modo di vedere Lavoro, Sinistra Occidentale e un approccio meno snobistico verso le paure della gente.
Renzi ha perso? Sì, ma vediamo come le alternative di sinistra al renzismo nemmeno scendono in campo. Da una parte Più Europa, che prende poco più del 2%, che potremmo definire come il partito dei renziani delusi della prima ora, una concezione del renzismo che porta agli eccessi modernismo, nuovismo, ultraindividualismo narcisistico, disfattismo, universalismo omologante, negazione del concetto di territorio, dall'altra le opzioni di sinistra novecentesca, che in qualche modo compenetrano questi elementi insieme anche ad un tatticismo esasperato, visioni ultraideologiche, anticapitalismo ossessivo, schematismi postmarxisti che sostituiscono il conflitto capitale-lavoro con identarismi generazionali, di genere e terzomondisti, e una riduzione di ogni discorso di sinistra ad una banale logica di Robin Hood.
Dall'altra invece sviluppo e non decrescita, scienza e non santoni, sinistra prudente con un po' di sano conservatorismo, sano patriottismo, ma anche libertà più che egualitarismo, sano individualismo e comunità.
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