A differenza di quello che dice Di Maio e qualche sociologo pronto a saltare sul carro dei grillini, il voto ai cinque stelle non è l'unico voto nazionale di queste elezioni, ma è decisamente territoriale, come tutti i voti a tutti gli altri partiti.
L'altro giorno Il Giornale ha mostrato una cartina dell'Italia preunitaria, ebbene la macchia gialla dove i cinque stelle stravincono nei collegi uninominali corrisponde perfettamente e in ogni metro quadrato ai confini del Regno delle Due Sicilie. Il centrodestra invece vince in tutta la provincia del centronord con un rapporto di due a uno in favore della Lega rispetto a Forza Italia che si diluisce andando verso il Lazio e si ribalta al sud.
Il Pd è a tutti gli effetti un partito urbano del centronord, che va bene solo a Torino città, Milano città, Bologna e Firenze, oltre a qualche isola in Toscana e Romagna.
L'Emilia è ormai leghista. Salvini inoltre prende un seppur ragguardevole 6% al Sud (inimmaginabile cinque anni fa), ma tutto sommato per come si è speso per "nazionalizzare" la Lega togliendo anche la dicitura "Nord" dal simbolo, tanto valeva rimanere come prima.
Non è un caso che Leu prenda in maniera omogenea tra il 2,5 e il 4% su tutto il territorio nazionale, trattandosi forse dell'ultimo voto ideologico presente sul campo, insieme ai partitini di estrema sinistra e estrema destra.
E' stato un voto territoriale, forse solo Forza Italia si mantiene distribuita su tutto il territorio, ma perde terreno al sud. Questo voto segna la fine politica dell'Italia e c'è una forte sottovalutazione rispetto a questo dato.
Un altro aspetto è che è un voto fluttuante. Mesi fa scrissi come storicamente gli italiani tendevano ad essere fedeli al proprio partito, mi aspettavo quindi una stabilizzazione del voto rispetto al 2013, ma mi sbagliavo. Ormai per almeno la metà dell'elettorato il voto non è più di appartenenza e cambia da una tornata all'altra. Anche così si spiega l'exploit del Pd di Renzi nel 2014 e il suo tracollo quattro anni dopo. Un monito anche per chi ora canta vittoria, ma che potrebbe essere abbandonato se non rispetterà le promesse, e sappiamo come il reddito di cittadinanza e l'uscita dall'euro sono una chimera.
E' stato poi come detto un voto tematico, immigrazione, insicurezza, percezione di precarietà hanno fatto da padrone, il Pd non è riuscito ad imporre nessun tema e si è fatto imporre i temi in agenda, come abbiamo visto, la cosa peggiore che questo è avvenuto da destra come da sinistra, con un fuoco incrociato che ha stritolato la linea "centrista" del partito.
C'è poi, quindi, un altro aspetto, che s'intreccia con il voto territoriale, Il Pd si è presentato come il partito di un'Italia unita che non esiste più. Ha provato a fare da ponte tra le varie Italie, ma sopratutto si è illuso che in politica si possa vincere senza individuare un nemico preciso. Il Pd non aveva nemici, mentre per tutti gli altri il nemico era il Pd. E' triste da dire, ma la campagna elegante di Renzi non ha pagato, l'unico a non insultare gli elettori degli altri partiti, ma sopratutto l'unico senza un nemico chiaro, diviso al suo interno tra chi combatteva la destra e chi i grillini, ma sopratutto pervaso dall'idea che non bisognava andare contro qualcuno, puntando al contrario tutto su proposte concrete, pragmatismo e rivendicazione del lavoro fatto al governo. Temo invece bisognerà recuperare una vecchia lezione dei comunisti, che sapevano sempre scegliere un nemico principale e costruire alleanze su questo. Ed è chiaro che il nemico del Pd non può che essere il cinque stelle.
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