Blog che si occupa di geopolitica, politica italiana, storia del comunismo, della sinistra italiana e osservatorio sui movimenti estremistici e sul nuovo antisemitismo
venerdì 1 aprile 2016
Conflitto di civiltà, servono nuove strategie
Il conflitto tra occidente e Islam radicale che stiamo vivendo è molto diverso dal conflitto della guerra fredda. In quest'ultima si confrontavano due mondi che avevano molti punti di contatto, persino valori in comune e avevano combattuto una guerra insieme contro il nazismo. Il conflitto attuale è invece un conflitto di civiltà e sotto attacco sono le basi stesse della civiltà occidentale. Tra occidente e Urss invece vi era una competizione più che un conflitto, ambedue affermavano di essere modelli di democrazia e libertà. L'occidente vinse perchè nel proprio campo permise anche ai più strenui critici del proprio modello economico-sociale di esprimersi liberamente, mentre l'Urss al contrario perseguitava i dissidenti. Quando il bubbone dei dissidenti esplose, l'Urss perse la solidarietà internazionale e il prestigio che godeva anche in occidente, mentre il modello di libertà occidentale diventava sempre più attraente per i cittadini sovietici. Questo schema però non è ripetibile nell'attuale conflitto. L'Islam radicale disprezza la libertà, la democrazia, li considera disvalori, dei segni di debolezza dell'occidente, e se ne usa per ritorcerli contro la democrazia. Che fare dunque? Limitarsi a perseguire l'azione terroristica o perseguire anche la pre-dicazione fondamentalista, togliendo un pezzo di libertà per salvare l'intera libertà? La prima soluzione rischia di essere miope, perchè è nell'indottrinamento che si creano le basi del terrorismo.
giovedì 31 marzo 2016
Il razzismo equo e solidale
Il razzismo si è sempre accompagnato a una forte dose di bonario paternalismo. E' così anche oggi, quando il razzismo è equo, solidale, e si raccoglie sotto le vesti del politicamente corretto terzomondista. Concetti come democrazia, liberalismo, diritti delle donne, non sono adatti ai popoli mussulmani e del terzo mondo, ci viene spiegato dai militanti "antimperialisti", ogni tentativo di spodestare i tiranni è destinato a fallire perchè questi popoli-bambini hanno bisogno del dittatore che li guidi e ogni tentativo di cambiare la realtà deve essere per forza opera di un complotto internazionale dell'occidente, ogni tentativo di cambiare i costumi è imperialismo e ogni critica ai modelli sociali esistenti è razzismo, ci dicono i razzisti contemporanei. Poco importa se in Afghanistan negli anni '60 le donne andavano all'università, poco importa se in Iran negli anni '60 le donne giravano senza velo, la difesa dello status-quo è una prerogativa per i rivoluzionari occidentali, pronti a sommosse di piazza se un gay in occidente non può adottare un bambino, ma indifferenti se i gay in Iran e Palestina vengono condannati a morte.
venerdì 25 marzo 2016
La natura di sinistra dell'antisemitismo
In un precedente articolo ho affrontato il tema dell'elemento nazionalista nella sinistra e più in generale nei movimenti antifascisti, ora affronterò il tema degli elementi socialisti nei movimenti nazifascisti. Una storiografia schematicamente marxista ha sempre relegato il fascismo nell'ambito dei movimenti di destra o di estrema destra, negando che vi fossero elementi di sinistra nel fascismo. Nonostante ciò Mussolini era stato un esponente di spicco del partito Socialista prima di fondare i fasci e si dichiarò socialista e rivoluzionario fino ai suoi ultimi giorni. Anche Hitler definì il suo movimento nazional-socialista, ma questa storiografia ha sempre considerato totalmente nazionalisti questi movimenti, accollando in toto all'ideologia nazionalista i crimini e le responsabilità del totalitarismo e liquidando come propagandistiche e finzioni demagogiche le asserzioni, le misure e le spinte in senso socialista e sopratutto anticapitalista di questi movimenti. Queste tesi vennero riviste da Togliatti e Gramsci, che però non andarono oltre la definizione di fascismo come regime reazionario di massa e in seguito da Amendola, che parlò apertamente di fascismo rosso. Ma nonostante si trattasse di leaders comunisti importantissimi, a sinistra ha sempre prevalso l'idea del fascismo come movimento di destra in senso strettamente conservatore e filocapitalista, cosa che non era. Questa disconoscenza di un fatto storico dalla chiara evidenza, o che veniva ricondotto al massimo nel campo di quello che Marx definiva socialismo reazionario, non teneva conto del fatto che nella realtà il movimento anticapitalista ha sempre mischiato insieme elementi progressivi con elementi antimoderni e non vi era una chiara distinzione tra socialismo progressista e socialismo reazionario, che nel movimento reale, rispetto ai testi, convivevano insieme. Lo stesso odio antiebraico era inteso come un risvolto dell'anticapitalismo, perchè l'ebreo veniva sempre identificato come il banchiere, lo speculatore, il ricco che ingrassa sulle spalle del popolo e non solo il senza patria, il cosmopolita. Non a caso il leader socialdemocratico Bebel definì l'antisemitismo il socialismo degli imbecilli, definizione ripresa pare da Lenin. Non è nemmeno un caso che i primi negazionisti dell'olocausto fossero trotzkisti e bordighisti, che consideravano fascismo e antifascismo due facce della stessa medaglia capitalistica e perciò aborrivano la partecipazione dei comunisti al campo antifascista e negando lo sterminio degli ebrei volevano da un lato delegittimare l'intervento alleato, dall'altro l'immagine dell'esercito stalinista come liberatore e sopratutto stigmatizzare l'alleanza tra forze comuniste e liberali contro il fascismo, ma sopratutto riprendevano in mano l'odio verso gli ebrei come espressione superficiale, ma anche radicata, dell'anticapitalismo. L'intreccio tra antisemitismo e anticapitalismo ha quindi una radice profonda, che risale già all'800 e che fu già discussa a suo tempo, quando alcuni leaders socialisti e comunisti, come già detto, definirono l'antisemitismo il socialismo degli imbecilli, ma proprio per denunciare la natura ahiloro di sinistra dell'antisemitismo, ma dove anche la questione ebraica veniva liquidata come superstizione religiosa e l'antisemitismo si rivestiva anche di anticlericalismo e ateismo. Si tratta però di questioni su cui la sinistra non ha mai fatto realmente i conti o che ha cancellato col tempo e anche per questo oggi il dilagare dell'antisemitismo a sinistra si nasconde ancora dietro il paravento dell'antisionismo (cioè di una forma di antinazionalismo) o dell'anticlericalismo. Ma come si vede l'antisemitismo è stato già socialista, poi nazista, poi trotskista, ma anche stalinista - quando Stalin, dopo aver appoggiato la nascita di Israele diventò ferocemente antiisraeliano dal momento che il nascente stato ebraico rifiutò di sottomettersi all'Urss - ma sempre con un filo conduttore, che è quello dell'anticapitalismo. Oggi la sinistra rifiuta di ammettere che esista un antisemitismo di sinistra, o sarebbe meglio dire una natura di sinistra dell'antisemitismo, non ammette inoltre che i crimini del nazifascismo non siano da imputare solo al nazionalismo, ma anzi in misura maggiore agli elementi anticapitalistici del totalitarismo. Eppure si tratta di una sinistra che si presenta come moderna, anzi postmoderna, che ha condannato lo stalinismo (ma non il trotskismo), che ha abiurato il comunismo per dichiararsi riformista, ma anche post-comunista radicale, pacifista e non-violenta. In realtà si tratta di una sinistra che ha invece cancellato gli aspetti proprio meno piatti e più maturi del marxismo e delle culture affini, ma ha mantenuto l'odio per il mercato, per l'occidente e, non da ultimo, l'odio per gli ebrei. Alla natura universale della democrazia che Berlinguer coraggiosamente sancì sfidando il politburo sovietico, preferisce un terzomondismo che accetta le tirannìe e le dittature in nome di un relativismo multiculturale a senso unico, alla peculiarità dei popoli che Gramsci e Togliatti individuarono come strada maestra verso il socialismo, oppone un disprezzo antropologico verso il proprio popolo e un'esaltazione acritica di leaders e dei movimenti della sinistra di altri paesi, allo sviluppo delle forze produttive ha sostituito una decrescita primitivista, alla presa d'atto di ogni comunista che ha fatto l'esperienza storica del governo, da Lenin a Stalin, da Deng Xiaoping a Raul Castro, e cioè che senza mercato non c'è sviluppo e il socialismo sopravvive solo se è di mercato, ripropone un antimercatismo e un antiliberismo ideologico, alla battaglia contro la povertà preferisce la battaglia pauperista contro i ricchi. Non si tratta qui di rivalutare un marxismo, che può rivivere solo come ala sinistra del liberalismo, ma di capire come la sinistra postcomunista o neomarxista, ma anche quella pseudo riformista, ha fatto un passo regressivo e non progressivo, rifiutando di diventare liberale e ritornando massimalista e pseudoprogressista, quando in realtà reazionaria.
domenica 20 marzo 2016
Una cosa divertente della Trumpfobia
La cosa divertente della Trumpfobia, quel clima di isteria e terrore che dilaga tra i fighetti all'approssimarsi di una eventuale elezione a presidente degli Usa dell'imprenditore newyorchese Donald Trump, è che da quel poco che si intuisce dalla confusa linea politica del candidato repubblicano traspare che non sarebbe molto diversa da quella di Obama o da quella di Bernie Sanders. Sia il negro snob amato dai bianchi, sia l'immarcescibile socialista tronfio della sua quarantennale imbecille coerenza, sono per un disimpegno degli Usa in politica estera, e lo stesso sembra proporre il miliardario amato dagli operai, che lascerebbe campo libero a Putin come ha fatto il fratello mussulmano e come farebbe il compagno Bernie. Tutti e tre sono facce diverse del neo-isolazionismo che sembrava essere stato sepolto dall'interventismo antifascista di Roosvelt, che liberò l'Europa dal nazifascismo, e dei Bush, che liberarono l'Iraq dal regime islamico-nazista di Saddam Hussein, che Trump invece sembrerebbe ammirare. Ma il neo-isolazionismo ha scavato a lungo e trae le sue origini dalla storiografia "revisionista" che alla fine degli anni '60 prese piede nei campus statiunitensi e che diede linfa alle battaglie pacifiste contro l'intervento americano in Vietnam. Questa storiografia, di cui Noam Chomsky era uno dei più noti esponenti, attaccò duramente l'intervento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, e fu da più parti accusata di essere una quinta colonna del totalitarismo in America. In effetti, questi storici accusavano gli Usa di essere entrati in guerra per motivi unicamente economico-imperialisti (le stesse argomentazioni dei pacifisti contemporanei) e equiparavano gli Usa alla Germania nazista o all'Urss. Ma questa apparente equidistanza creava un meccanismo di giustificazione dei totalitarismi - più coerenti e veri - e di repellenza verso gli Usa - ipocriti e finti - secondo la legge che l'originale è meglio della fotocopia. Alla luce di ciò, la differenza tra Trump, Obama e Sanders, appare quindi puramente antropologica, quasi estetica, ma l'unica differenza sostanziale sembrerebbe sul tema dell'immigrazione, contrario il primo, favorevoli i secondi. Il fenomeno Donald Trump sarebbe dunque un fenomeno epocale che esula dalle questioni politiche, di destra o di sinistra, ma che ci dice che la gente si è rotta i coglioni di farsi dare dei razzisti da benpensanti politicamente corretti solo perchè osa dire che gli immigrati sono troppi, si è rotta i coglioni di farsi dare degli omofobi solo perchè è contraria alle adozioni gay, si è rotta i coglioni di farsi dare dei sessisti solo perchè dice che maschi e femmine non sono la stessa cosa. In generale la gente si è rotta i coglioni e le elites prenderanno l'ennesima tranvata sui denti in cabina elettorale.
Elogio dei muri
Non mi ha mai convinto la retorica del dobbiamo abbattere i muri e costruire i ponti. Per questo vorrei scrivere un elogio dei muri. Un muro è qualcosa di solido, servono competenze e manualità per costruirlo, serve a ripararsi dal freddo ed è il primo bastione della libertà individuale. Un muro crea uno spazio, è perciò un simbolo di libertà, che è quella cosa che finisce dove inizia la libertà dell'altro, quindi è delimitata da un confine, non esiste libertà senza confini. Il muro è il primo segno della civiltà rispetto al primitivismo, al nomadismo. La grande muraglia cinese proteggeva la Cina dalle incursioni dei mongoli e delle tribù nomadi, le mura hanno sempre protetto le comunità e le famiglie dalle incursioni dei barbari. Nel '900 il Muro di Berlino garantì 40 anni di pace all'Europa e ancora oggi è rimpianto a Ovest come a Est. Il muro che divide Israele dalla Palestina mussulmana è servito a salvare migliaia di vite umane dal feroce terrorismo palestinese, il muro che divide il Messico dagli Stati Uniti serve a proteggere il grande paese americano da un'immigrazione selvaggia e incontrollata, oltre che illusoria prima di tutto verso gli immigrati. L'Italia è sempre stata protetta a Nord dalle Alpi, ma è scoperta a Sud, per questo propongo la costruzione di un grande muro lungo tutta la dorsale mediterranea. Sarebbe un grande segno di civiltà, costruiamo la fortezza Europa, è in ballo la nostra libertà.
Sì triv
I nemici dell'Italia e del popolo italiano ci riprovano. Dopo aver privato la nostra nazione dell'energia nucleare (salvo esultare se il regime teocratico iraniano può dotarsene per preparare un altro olocausto), dopo aver cercato di privarci dei magnifici F-35, pensando magari di costruire coi soldi "risparmiati" delle inutili scuole dove maestrine terzomondiste-pseudopacifiste rimbecilliscono i nostri giovani rendendoli degli automi omologati, ora vogliono privarci del Gas naturale con un inutile referendum contro le stupende trivellazioni dei nostri mari, che ci garantiscono case riscaldate con le nostre moderne caldaie al metano e fornelli accesi per cibi sempre caldi, mandando sul lastrico 6000 famiglie operaie che lavorano nel settore. Si presume che gli pseudoambientalisti accendano i fornelli sfregando due legnetti e si riscaldano bruciando della legna raccolta a casaccio non si sa dove, visto che vivono tutti in città. Come al solito, dietro queste iniziative che si propongono nobili fini (la pace nel mondo, salvare la terra e i delfini, sfamare i poveri del mondo), e che potrebbero apparire surreali come effettivamente sono, c'è chi tira i fili per meschine strumentalizzazioni politiche e giochini di potere nel tentativo di prendersi rivincite politiche e riprendersi poltrone ormai perse per sempre.
Il mio appello è quindi di votare No al Referendum del 17 aprile, o ancora meglio di disertare le urne facendolo fallire, anche per evitare l'innescarsi di una ennesima e dannosa stagione dei referendum, come già nel 2011. I referendum, si sa, vanno somministrati a piccole dosi e hanno senso se riguardano questioni costituzionali, come quello che si terrà a novembre, o su cui tutti sono direttamente coinvolti e hanno gli strumenti per decidere. Altrimenti, come è sempre accaduto, servono solo a scatenare il delirio di onnipotenza nel Cretino Collettivo, che crede di poter decidere e deliberare su tutto e tutti, creano un clima di isteria, guerre di religione e manicheismi in questioni che hanno per lo più un significato tecnico e neutrale, inoltre alimentano il mito della democrazia diretta, che già nel secolo scorso ha creato mostri totalitari facendo scorrere fiumi di sangue e che solo degli ignoranti esaltati possono riproporre nel ventunesimo secolo.
Il mio appello è quindi di votare No al Referendum del 17 aprile, o ancora meglio di disertare le urne facendolo fallire, anche per evitare l'innescarsi di una ennesima e dannosa stagione dei referendum, come già nel 2011. I referendum, si sa, vanno somministrati a piccole dosi e hanno senso se riguardano questioni costituzionali, come quello che si terrà a novembre, o su cui tutti sono direttamente coinvolti e hanno gli strumenti per decidere. Altrimenti, come è sempre accaduto, servono solo a scatenare il delirio di onnipotenza nel Cretino Collettivo, che crede di poter decidere e deliberare su tutto e tutti, creano un clima di isteria, guerre di religione e manicheismi in questioni che hanno per lo più un significato tecnico e neutrale, inoltre alimentano il mito della democrazia diretta, che già nel secolo scorso ha creato mostri totalitari facendo scorrere fiumi di sangue e che solo degli ignoranti esaltati possono riproporre nel ventunesimo secolo.
venerdì 18 marzo 2016
Appunti di storia di un nazionalismo di sinistra/ parte 1
L'elemento nazionale è sempre stato fondamentale nel marxismo novecentesco, ma è con Gramsci che diventa preponderante. Per l'intellettuale sardo il partito comunista doveva completare l'opera risorgimentale, l'identità nazionale è un fatto concreto e non sovrastrutturale e la costruzione dell'egemonia culturale comunista poteva passare solo attraverso la solidificazione di una cultura nazional-popolare. Ma è un errore pensare che lo stesso pensiero di Marx fosse antinazionale. Per Marx la classe operaia non ha patria, ma non per scelta, ma perchè ne è esclusa, e obbiettivo è edificare una patria socialista, ma più la classe operaia ottiene diritti civili negli stati borghesi, più la previsione di Marx di una proletarizzazione della società si rivela sbagliata e più nei paesi occidentali gli operai diventano nazionalisti già nello stato borghese. La prima guerra mondiale non è nemmeno la fase suprema del capitalismo come pensava Lenin, ma anzi, ad eccezione della Russia, la rivoluzione mondialista subisce un ulteriore battuta d'arresto e prevale un nazionalismo di tipo nuovo, il fascismo. L'antifascismo allora riprende vigore solo quando diventa patriottismo di sinistra, quando appunto il pensiero "nazional-comunista" di Gramsci (da non confondere con l'odierno nazional-bolscevismo o rossobrunismo) emerge insieme al patriottismo di Giustizia e Libertà e del partito d'azione, rispetto al bordighismo e al Trotskysmo. La svolta di Salerno operata da Togliatti, dove la guerra partigiana accantona la rivoluzione proletaria e si riforma come guerra patriottica, lascia di stucco l'ala più filo-sovietica del partito, che corrisponde sopratutto all'ala giovanile di Secchia e Longo, ma è concordata da Togliatti con Stalin in persona, che però la considerava un'astuzia tattica e temporanea per ingannare le opinioni pubbliche occidentali, ma Togliatti rende strategica e porta alle sue più coerenti conseguenze nazionali e democratiche, nei limiti di un leader comunista di quei anni. A questo punto, dopo la seconda guerra mondiale, è la classe operaia a raccogliere la bandiera nazionale, gettata da una borghesia sempre più cosmopolita. In Italia il Partito comunista continua a muoversi in questa doppia identità, fedeltà internazionalista all'Unione Sovietica, ma sempre più forte aspirazione di farsi partito nazionale e della nazione, rispetto a una Democrazia Cristiana che in quanto espressione del Vaticano non assolve pienamente ad una funzione nazionale. La "svolta" nazionalista rimane però indigesta ad ampi strati della base e della burocrazia comunista, che rimangono legate ad una visione scolastica del marxismo, e con il '68 assistiamo ad una regressione del pensiero comunista e ad un ritorno di derive massimalistiche e ribellistiche, influenzate anche all'emergere di un cattolicesimo di estrema sinistra. La gioventù occidentale sostiene acriticamente i movimenti anticolonialisti in nome di un ritrovato internazionalismo, ma questi movimenti anticolonialisti sono fortemente nazionalistici, quando altrove religiosi, in un prepotente ritorno della geopolitica e la gioventù occidentale assolve quindi al ruolo di utili idioti. Il Partito comunista italiano si barcamena tra la severa condanna di queste derive, ben espressa da Amendola che coniò il termine di fascismo rosso in merito ai movimenti sessantottini, e il cinguettare con questi movimenti proposto da Ingrao e dall'ala giovanile del partito guidata tra gli altri da D'alema. In un contesto completamente mutato, con la caduta dell'Unione Sovietica e la fine del Partito comunista italiano, che a differenza di quanto detto da più parti non trova nessuna continuità nei nuovi partiti della sinistra, l'idea ingraiana (ma in parte anche dell'ultimo Berlinguer) di un'alleanza con le forze estremistiche della sinistra diventa egemone nella storia della seconda repubblica. Nasce così l'Ulivo, un centrosinistra con una sinistra egemone verso il centro, ma a sua volta succube dell'estrema sinistra. Per uscire da questa impasse nasce allora il Partito Democratico, autonomo dall'estrema sinistra e fortemente rivolto verso il centro, ma sopratutto ritorna in auge l'idea togliattiana di partito della nazione. (Continua)
mercoledì 16 marzo 2016
Il poco credibile D'alema
Massimo D'alema si presenta come il difensore della tradizione comunista-togliattiana contro l'usurpatore Matteo Renzi. Come il fondatore del Pd spodestato dal corpo estraneo, sempre lui, Renzi. Ma la posizione di D'alema ricorda più quella di Pietro Secchia, il potente capo dell'organizzazione comunista, che negli anni '50 si oppose all'idea del segretario Togliatti di estendere la base sociale del partito operaio alla media borghesia dei professionisti, degli intellettuali e financo dei piccoli imprenditori. Oggi, che la base del partito è invece fatta di professionisti, intellettuali o presunti tali, e dipendenti pubblici, il tentativo di Renzi di (ri)allargarla ai ceti produttivi, operai e borghesi, risulta più marxista, in un contesto dove il conflitto capitale-lavoro ha perso ragion d'essere, della difesa conservatrice del proprio recinto del baffino prodiano. Forti sono anche le analogie con il tentativo di Pietro Secchia di intercedere presso le sedi internazionali del comunismo, e nella fattispecie presso Stalin, per fermare il progetto di Togliatti, con il tentativo di D'alema in Europa di agire presso i think thank socialisti per escludere Renzi dall'Internazionale Socialista. Ma D'alema risulta poco credibile anche dal punto di vista di fondatore usurpato del Pd, sono rintracciabili in rete le sue dichiarazioni contro la fondazione del Pd, creatura invece fortemente voluta da Veltroni, e in difesa del mantenimento del Pds da parte del passeggiatore con i capi di Hezbollah.
sabato 27 febbraio 2016
Non siamo tutti uguali
La legge Cirinnà deve essere una buona legge, indipendentemente dal fatto che la firmataria è la stessa che vorrebbe imporre un menu vegano a tutti i bar e ristoranti d'Italia. Lo si intuisce dagli strepitii, dagli insulti e le minacce che arrivano dagli estremisti di una parte e dell'altra. Lobbisti che vorrebbero che il paese fosse a loro immagine e somiglianza, movimentisti che vorrebbero sostituire le piazze intolleranti al parlamento, odiatori frustrati da Twitter, grulli del vaffa, tutti accomunati dal non accettare il fondamento della politica e del lavoro parlamentare, il compromesso, a cui vorrebbero sostituire la guerra di religione, come quei pseudolaici che volevano fare di una questione etica e di coscienza una bandiera identitaria, riducendo la destra, ma sopratutto la sinistra, a due sette religiose. E' una vicenda dove c'è stata molta confusione, dove i desideri sono stati scambiati per diritti, gli interessi di minoranze organizzate per diritti individuali, ma non reggono nemmeno le dicotomie sinistra-destra o laicicivilievoluti-cattolicioscurantisticavernicoli. Non solo perchè ci sono cattolici che hanno preso posizione a favore delle adozioni omossessuali e atei convinti che si sono espressi a sfavore, ma anche perchè gli episodi di inciviltà e intolleranza hanno riguardato maggiormente il fronte dirittista. Questo perchè, a dispetto della rivestitura che è stata data a questa battaglia - che ha assunto ben presto i toni della crociata - che è la rivestitura dei diritti civili, ci troviamo invece di fronte all'idea illiberale che ogni condizione vada estesa a tutti, in una logica omologante, uniformante e livellante. Per cui si pretende di abolire ogni diversità, si vuole equiparare l'unione tra un uomo e una donna con l'unione di una coppia dello stesso sesso, e se è vero che quest'ultima ha diritto al riconoscimento e a tutele come la riversibilità della pensione, è evidente che non ci troviamo di fronte alla stessa cosa e con le stesse caratteristiche, a cominciare dalla possibilità di avere figli, al quale solo con la barbarie incivile dell'utero in affitto si può ovviare.
lunedì 1 febbraio 2016
Cossutta ultimo baluardo comunista, parte seconda
Cossutta vide lucidamente come nella mozione 1 del congresso della bolognina che sancì la fine del Pci, non c'era una reale autocritica della storia del comunismo, ma un'operazione opportunistica e trasformistica di chi voleva cambiare formalmente nome e simbolo al partito solo perchè capiva che il vento era cambiato, oltre che perchè per accedere al governo del paese era necessario farlo. Paradossalmente il vecchio comunista, bollato come "ortodosso" e "conservatore", invitava invece ad una profonda revisione, autocritica e rinnovamento, ma senza cambiare il nome e il simbolo, senza perdere gli ideali comunisti. In questo riecheggiava la posizione originale di Togliatti rispetto al xx congresso del Pcus, quando difese Stalin dalle critiche opportunistiche invitando invece ad una seria riflessione su tutto il sistema sovietico. Cossutta vide come il partito stava perdendo la sua base elettorale popolare, e non certo perchè l'Unione Sovietica aveva represso Solidarnosc o perchè era intervenuta in Afghanistan, ma perchè non interpretava più le istanze popolari. Lui stesso però mise le basi per l'alienazione della rifondazione comunista da un elettorato di massa, quando analizzò il fenomeno dell'immigrazione non su basi marxiste, ma con la retorica "anti-eurocentrica" e terzomondista, cadendo per primo nel cortocircuito di sposare le tesi pro-immigrazione della Confindustria e del Vaticano. Inoltre non capì il conflitto tra il pubblico e privato, schierandosi acriticamente per il pubblico, anche quando questo era deformazione burocratica. Infine perseverò nell'errore di scambiare la guerra dei palestinesi come una guerra patriottica e nazionalistica e non per quello che era, una guerra fondamentalista e antisemita di religione, e in generale sottovalutò il tema dell'Islam radicale. Questi tre elementi formano il paradosso della rifondazione comunista, che mentre cercava di combattere la liquidazione del comunismo da parte di Occhetto e D'alema, metteva in piedi una Rifondazione Comunista che smarriva le basi dell'analisi marxista; mentre criticava il vecchio partito di non interpretare più le istanze popolari, commetteva lo stesso errore nei tre temi sopracitati. La storia ha poi confermato questi errori teorici.
giovedì 28 gennaio 2016
Il libero Iran e il regime di Renzi
Sbavare per tornare a fare affari con l'Iran e coprire le nostre opere d'arte non vuol dire avere una politica estera. Ma si può fare di peggio, come fece Berlusconi con Gheddafi anni fa o come hanno rigirato la frittata in queste ore Libero, il tg4, Porta a Porta e Vittorio Sgarbi, che hanno negato che qualsivoglia richiesta fosse arrivata dal dittatore iraniano, dipinto come un autorevole ospite che mai si sognerebbe di imporre alcunchè, proveniente da un "grande paese", dove le donne e gli omosessuali sono liberi e c'è democrazia, a differenza dell'oscuro regime di Renzi, evidentemente.
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