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venerdì 18 marzo 2016

Appunti di storia di un nazionalismo di sinistra/ parte 1

L'elemento nazionale è sempre stato fondamentale nel marxismo novecentesco, ma è con Gramsci che diventa preponderante. Per l'intellettuale sardo il partito comunista doveva completare l'opera risorgimentale, l'identità nazionale è un fatto concreto e non sovrastrutturale e la costruzione dell'egemonia culturale comunista poteva passare solo attraverso la solidificazione di una cultura nazional-popolare. Ma è un errore pensare che lo stesso pensiero di Marx fosse antinazionale. Per Marx la classe operaia non ha patria, ma non per scelta, ma perchè ne è esclusa, e obbiettivo è edificare una patria socialista, ma più la classe operaia ottiene diritti civili negli stati borghesi, più la previsione di Marx di una proletarizzazione della società si rivela sbagliata e più nei paesi occidentali gli operai diventano nazionalisti già nello stato borghese. La prima guerra mondiale non è nemmeno la fase suprema del capitalismo come pensava Lenin, ma anzi, ad eccezione della Russia, la rivoluzione mondialista subisce un ulteriore battuta d'arresto e prevale un nazionalismo di tipo nuovo, il fascismo. L'antifascismo allora riprende vigore solo quando diventa patriottismo di sinistra, quando appunto il pensiero "nazional-comunista" di Gramsci (da non confondere con l'odierno nazional-bolscevismo o rossobrunismo) emerge insieme al patriottismo di Giustizia e Libertà e del partito d'azione, rispetto al bordighismo e al Trotskysmo. La svolta di Salerno operata da Togliatti, dove la guerra partigiana accantona la rivoluzione proletaria e si riforma come guerra patriottica, lascia di stucco l'ala più filo-sovietica del partito, che corrisponde sopratutto all'ala giovanile di Secchia e Longo, ma è concordata da Togliatti con Stalin in persona, che però la considerava un'astuzia tattica e temporanea per ingannare le opinioni pubbliche occidentali, ma Togliatti rende strategica e porta alle sue più coerenti conseguenze nazionali e democratiche, nei limiti di un leader comunista di quei anni. A questo punto, dopo la seconda guerra mondiale, è la classe operaia a raccogliere la bandiera nazionale, gettata da una borghesia sempre più cosmopolita. In Italia il Partito comunista continua a muoversi in questa doppia identità, fedeltà internazionalista all'Unione Sovietica, ma sempre più forte aspirazione di farsi partito nazionale e della nazione, rispetto a una Democrazia Cristiana che in quanto espressione del Vaticano non assolve pienamente ad una funzione nazionale. La "svolta" nazionalista rimane però indigesta ad ampi strati della base e della burocrazia comunista, che rimangono legate ad una visione scolastica del marxismo, e con il '68 assistiamo ad una regressione del pensiero comunista e ad un ritorno di derive massimalistiche e ribellistiche, influenzate anche all'emergere di un cattolicesimo di estrema sinistra. La gioventù occidentale sostiene acriticamente i movimenti anticolonialisti in nome di un ritrovato internazionalismo, ma questi movimenti anticolonialisti sono fortemente nazionalistici, quando altrove religiosi, in un prepotente ritorno della geopolitica e la gioventù occidentale assolve quindi al ruolo di utili idioti. Il Partito comunista italiano si barcamena tra la severa condanna di queste derive, ben espressa da Amendola che coniò il termine di fascismo rosso in merito ai movimenti sessantottini, e il cinguettare con questi movimenti proposto da Ingrao e dall'ala giovanile del partito guidata tra gli altri da D'alema. In un contesto completamente mutato, con la caduta dell'Unione Sovietica e la fine del Partito comunista italiano, che a differenza di quanto detto da più parti non trova nessuna continuità nei nuovi partiti della sinistra, l'idea ingraiana (ma in parte anche dell'ultimo Berlinguer) di un'alleanza con le forze estremistiche della sinistra diventa egemone nella storia della seconda repubblica. Nasce così l'Ulivo, un centrosinistra con una sinistra egemone verso il centro, ma a sua volta succube dell'estrema sinistra. Per uscire da questa impasse nasce allora il Partito Democratico, autonomo dall'estrema sinistra e fortemente rivolto verso il centro, ma sopratutto ritorna in auge l'idea togliattiana di partito della nazione. (Continua)

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