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giovedì 17 agosto 2017

Il nuovo perbenismo borghese che odia sè stesso

Esiste ancora nel 2017 la borghesia benpensante, il perbenismo? Io, personalmente, credo di sì. Ma è molto diversa da quella del passato, quando si scagliava sdegnata e scandalizzata verso i "riprovevoli" comportamenti sessuali, i costumi non conformi e i non appartenenti alla buona società. Oggi, la borghesia benpensante, può sembrare paradossale, si identifica nell'essere gay-friendly, welcome refugees, gender, universalista, il conformismo borghese oggi è antioccidentale, terzomondista, oggi la sua condanna morale è rivolta contro il buon senso, la razionalità, il pensiero scientifico, cioè proprio contro quei valori (un tempo) borghesi, come inoltre la patria, i confini, la libertà, la democrazia parlamentare, che oggi la gioventù borghese ha buttato a mare e che il popolo e i ceti medi possono aver in parte raccolto, ma solo in parte, quando non sono egemonizzati e succubi di un pensiero aristocratizzante o ne sono viceversa solo un'espressione di opposizione plebea ad esso, in forma populista, ma rovescista e subalterna. Altrimenti, c'è ancora spazio per un pensiero democratico-borghese, che non si limiti a contrastare il populismo come giusto che sia, ma sappia anche arginare l'elitarismo sovversivista? Dall'inizio del '900 l'occidente vive una crisi profonda, i figli della borghesia si sono ribellati ai padri rifiutando i loro valori e il loro sistema di pensiero, ma di fatto ne hanno riprodotto l'ipocrisia e il conformismo, sotto forma di una ribellione esteriore ed estetica. Tutto questo è stato sfruttato da interessi geopolitici, per indebolire l'occidente, le sue libertà, anche attraverso i suoi stessi strumenti. La libertà individuale occidentale, esempio unico nel mondo, è stata tramutata in una dittatura narcisistica dei bisogni o in un capriccio ideologico, la democrazia rappresentativa in una "democrazia" diretta che altro non è che una forma di totalitarismo. Oggi, noi assistiamo a un progressismo contro il progresso, a un laicismo fondamentalista e religioso, a un ribellismo conformista, a un populismo borghese, mentre ciò che viene bollato dai luogocomunisti come conservatore, reazionario, difende invece una linea di progresso che affonda le sue radici negli ultimi due secoli liberali, di cui una certa corrente dimenticata del marxismo ne è stata figlia. Marx era un grande estimatore della borghesia, mentre l'odio per la borghesia sedentaria, intellettuale, è tipico dei fascismi totalitari. Ogni discorso critico deve tenere conto di questo aspetto, nel senso che la critica verso la gioventù borghese che si fa antiborghese deve da una parte smascherare gli elementi borghesi di essa, ma dall'altra criticarne proprio i fattori antiborghesi, nella misura in cui antidemocratici e antiprogressisti. Quello che voglio dire è che non è una novità che la sinistra si possa identificare come rappresentante dei ceti medi, dei settori avanzati del popolo e degli elementi innovativi del capitalismo, dal momento in cui lo stesso Marx, quando parlava di proletariato, si riferiva ben più all'operaio specializzato e all'intellettualità emarginata che non al sottoproletario o alle elite intellettuali.

mercoledì 16 agosto 2017

Renzi in cinque passaggi chiave/2

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto l'identità renziana in una sorta di azione a incastro. La contrapposizione con D'Alema si è incastrata con la rottura del sistema di alleanze di D'alema, che si incastra con la rottura con la sinistra anticapitalista, che a sua volta s'incastra con la biforcazione di misure economiche social-liberali (Jobs act, meno tasse, aumento salari ceti medi) e politica estera più filo-occidentale e filo-israeliana (tra mille cautele, però). Infine la conquista della base post-togliattiana con il rispetto della disciplina di partito dopo la sconfitta alle primarie del 2013, insieme alla difesa del partito veltroniano delle stesse primarie. Il cerchio però si chiude solo ora, quando Renzi, dopo mille reticenze, sbandamenti e tentennamenti, ha finalmente preso una posizione sufficientemente chiara su quattro temi chiave, che potranno ricongiungere la sinistra con il popolo e al tempo stesso aumentare la separazione con la sinistra retorica e cattocomunista. I quattro temi sono immigrazione, sicurezza, terrorismo islamico e globalizzazione. Renzi non li intreccia tra loro, li tiene separati, ma ha dato una spinta innovatrice su tutti e quattro contemporaneamente (meno sull'ultimo). Sull'immigrazione Renzi trova il miglior antidoto alla destra xenofoba, ricongiungendo la sinistra con il senso comune, abbandonando ogni aristocraticismo intellettualistico sul tema, attraverso la riaffermazione del principio della difesa dei confini, del non possiamo accogliere tutti, del non possiamo essere complici del traffico dei nuovi schiavi, persino dell'aiutiamoli a casa loro, che ha generato tanti equivoci, ma che anche questo è declinato a sinistra rendendo chiaro il sottile paternalismo dei pro-immigrazione, indifferenti alla sottrazione di giovani braccia e menti dai paesi africani che la tratta procura. La difesa dei confini nazionali è la presa di distanza dal neointernazionalismo terzomondista, da un'immigrazione anarchica, dalla collettivizzazione forzata delle etnìe e delle culture, è la via nazionale ad una nuova sinistra. Il secondo punto (ma è evidente e oggettivo che sono tutti intrecciati tra loro) è la sicurezza. E' uno dei temi più sentiti dai ceti più deboli, da chi è più esposto, è stato bollato come un tema di destra, come un'invenzione della propaganda nemica, ma è un tema popolare a cui Renzi ha dato piena cittadinanza a sinistra. La sicurezza è un diritto sociale, per chi non può pagarsi un antifurto, una porta blindata, senza paranoie antisecuritarie. Che senso ha affermare il diritto alla casa e non quello a difenderla? Il terzo punto, il terrorismo islamico (Renzi lo chiama proprio così, islamico, rompendo un tabù), non c'è spazio per giustificazionismi sociologici, i terroristi islamici non sono poveri che sbagliano, oppressi che sbagliano, discriminati che sbagliano, ma fanatici indottrinati da cattivi maestri. Renzi non fa il parallelismo con il nazismo, che invece andrebbe fatto (Amendola  in altra sede storica ebbe più coraggio e fece un parallelismo tra diciannovismo ed estremismo sessantottino, diverse situazioni, ma come vedremo altrove con tante analogie). E' storicamente accertato che i radicalisti islamici e i nazionalisti arabi durante la seconda guerra mondiale stavano con Hitler, una verità storica da sempre censurata nella sinistra italiana perchè dopo la guerra, durante la guerra fredda, costoro passarono dalla parte dell'Unione Sovietica. Infine un tema più a parte rispetto agli altri tre, ma che procura angosce, paure, è quello della globalizzazione. Per Renzi, giustamente, la globalizzazione è una grande opportunità per l'Italia, ma che, altrettanto giustamente, va però governata. Bisogna però distinguersi con più forza dalla globalizzazione modello Zuckerberg e dalla globalizzazione modello cinese. Bisogna affermare che globalizzazione non può voler dire abolizione delle differenze nazionali, religiose, culturali da parte di chi ci vuole omologare e annullare in nome della diversità. Bisogna dire con chiarezza che gli interessi nazionali devono esaltarsi nella globalizzazione e infine non si deve essere così ingenui da pensare che i cinesi considerino la globalizzazione come la intendiamo noi: la geopolitica non è andata in pensione con la globalizzazione. Dunque questi sono i quattro temi da declinare a sinistra senza snobismi, per ricreare una forza nazionalpopolare e democraticoborghese, unitamente ad una sinistra moderna, capace di portare avanti una lotta su due fronti contro populismo ed elitarismo.

martedì 8 agosto 2017

L'uso politico del "femminicidio"

La cultura emergenziale dei mass-media si dipana in una serie di contesti, uno di questi è quello del cosidetto femminicidio. Una serie di gravi episodi vengono eletti ad allarme sociale e convergono con le spinte antisistemiche del neototalitarismo. Secondo i dati del ministero degli interni nel 2016 in Italia sono state uccise 145 donne. Un dato in calo rispetto agli anni precedenti. Analizzando le più recenti sentenze giudiziarie sui casi di omicidi di donne si può calcolare che l'85% di omicidi è commesso da uomini e nel 55% dei casi da mariti, fidanzati o ex. L'incidenza di omicidi da parte di cittadini stranieri è del 25%. Alla luce di ciò si può dire che nel 2016 circa 45 fidanzati o mariti o ex italiani hanno ucciso le loro donne, pari allo 0,0001 della popolazione maschile italiana. Nonostante ciò, il cosidetto femminicidio, cioè il genocidio delle donne da parte degli uomini italiani è considerato un fatto assodato. Questo ci dice dell'egemonìa culturale del neofemminismo radicale, e più in generale dell'avanzata sul piano dell'egemonìa linguistica, prima ancora che culturale, di quel movimento antisistemico che, una volta preso atto dell'integrazione delle classi lavoratrici nel sistema capitalistico, ha puntato tutto sulla creazione di un nuovo blocco sociale fondato sui conflitti di genere, sulla non integrazione degli immigrati e sul revanscismo dei gay. La costruzione dell'uomo nuovo, passa attraverso il processo al maschio bianco occidentale. Questo movimento culturale, vuole farsi politico attraverso la messa in agenda di una serie di leggi che limitino la libertà d'espressione e d'opinione e creino una discriminazione di genere nel caso di delitti. La natura geopolitica di questo movimento è però più appieno data dalla sua totale indifferenza nei confronti della condizione delle donne e dei gay nei paesi non occidentali, dalla Russia alla Cina, ma in particolare nei paesi islamici.

venerdì 28 luglio 2017

Terra, libertà e cattivi maestri

Terra e libertà è un vecchio film di ken Loach, che ha segnato la mia giovinezza, la potenza visiva di questo film è ancora oggi attuale, capace di rendere il pathos di quei anni e quell'estetica vestiaria e facciale così diversa dal sinistrismo sessantottino, ma che nel finale trascende in una emotività antistorica, ma che sopratutto non coglie l'aspetto di quei anni, pur mostrandolo chiaramente in alcune scene centrali del film, che vengono però sovrastate dal clima epico del finale: Quello che nel film solo traspare è che gli anarchici e i trotskisti erano più stalinisti degli stalinisti e avrebbero fatto in Spagna quello che Stalin aveva fatto in Russia, la collettivizzazione forzata della terra, l'oppressione e l'eliminazione dei kulaki, se non fosse che Stalin preferiva evitare di farlo in terra iberica per motivi tattici e pragmatici. La teoria del socialismo in un solo paese, già in nuce in Lenin, mette in evidenza come in Europa occidentale il comunismo fosse finito dopo la fine della prima guerra mondiale e che ai comunisti occidentali non restava che portare avanti una politica di alleanze e di riforme o di aspettare il precipitare della situazione internazionale in vista della terza guerra mondiale e dell'avanzata dell'armata rossa. Ma intorno a ciò si sviluppò una narrativa della rivoluzione tradita, delle occasioni mancate, che negli anni '70 trascese nel terrorismo e nella lotta armata. In questo senso quello di Ken Loach è un bel film, con molte sfaccettature, ma il suo messaggio di fondo rientra apieno titolo nella categoria dei cattivi maestri.

domenica 23 luglio 2017

La contraddizione dell'intellettuale marxista

E se la storia avesse da insegnarci qualcosa? Certo, ci ripetono, fare analogie storiche può essere sbagliato e fuorviante, la storia non si ripete mai uguale, ogni epoca ha le sue peculiarità, ma se invece conoscere la storia potesse servire a capire il presente, a non commettere gli stessi errori del passato? Mi sono avvicinato alla storia in una qual misura strumentale, da militante politico, per dimostrare la giustezza di certe tesi in un certo momento che venivano abbandonate, non senza un certo opportunismo, o se vogliamo in una logica di ritirata strategica, ma se invece la storia fosse neutra? Se si potesse ricostruire oggettivamente. Certo, ma il marxismo ha voluto costruire un intellettuale nuovo, che non si limitasse allo studio speculativo, ma a modificare il presente, a incidere sulla realtà, eppure tanti intellettuali marxisti sono poi giunti alla conclusione, mai ammessa esplicitamente, che non si può essere partigiani e intellettuali allo stesso tempo. Il volontarismo, tornando alle lezioni della storia, ha prodotto mostri, il tempo fa il suo corso, sapendo che alla lunga il buon senso vince sempre e il propagandismo schiude alla paranoia.

sabato 22 luglio 2017

La natura del Pd

Si può essere a favore di Renzi o contro Renzi, tutto ciò chiaramente è legittimo e valido reciprocamente, ma quello che è oggettivamente irreale è l'idea che Renzi abbia snaturato il Pd e la sinistra. Il Pd non è il Pds e non è nemmeno un Pds che ingloba la Margherita, ne' la fusione a freddo dei due partiti, non lo è mai stato. Il Pd, la cui fondazione trovò la strenua opposizione di D'alema, nasce per superare un partito che si limitava a presidiare il territorio della sinistra ortodossa, ricucendo i rapporti con l'estrema sinistra e infine alleandosi con il centro per mere questioni di somme algebriche elettorali. Il Pd, nell'idea del suo fondatore e primo segretario Veltroni, nasce per superare questo schema, per creare un partito dalla dimensione nazionale in grado di farsi carico delle domande che vengono anche dai ceti moderati e da quelli popolari non riconducibili ad un'idea stereotipata di popolo, per esplorare nuovi territori, un partito non statico, non fedele allo schema di gioco di sempre, ma aperto, mobile. Questo è il Pd. Lo è sempre stato. Organismo di una sinistra capace di non ridurre il concetto di uguaglianza ad un mero odio per i ricchi, ad un pauperismo intriso di invidia sociale e rancore, ma metterlo in relazione con il vero valore della sinistra: la libertà. Una sinistra non prigioniera di parole d'ordine perentorie e astratte, ma capace di dare concretezza ai valori.

mercoledì 19 luglio 2017

In difesa del partito

Per Togliatti i partiti erano la democrazia che si organizza, ma anche, aggiungiamo noi, la democrazia di un partito si vede dalla sua organizzazione. Oggi, di partito, nel vero senso della parola, dopo il "golpe" di tangentopoli, ne è rimasto in piedi uno solo. La democrazia, certo, è sporca, corrotta, disonesta, meticcia, contraddittoria, compromissioria, "inciucista", liquida. Le dittature invece sono oneste, pure, lineari, coerenti, solide, efficienti. Gli psicoguru e gli arruffapopoli hanno sempre ragione. Questo è il discorso egemonico che sta minando anno dopo anno le istituzioni. Ma d'altra parte oggi stiamo assistendo ad un attacco senza quartiere e concentrico tanto contro Renzi o per lo più contro il Partito come partito? Colui che veniva accusato di sfasciare il partito non lo stava forse modernizzando e portando nel ventunesimo secolo, oggi la nobiltà di partito che diceva di difenderlo dal rottamatore non si è scoperta come i peggiori frazionisti e antipartito, disposti a tirare la volata a Grillo e Salvini pur di decapitare e disarticolare la sinistra? Oggi la battaglia non è solo contro il rozzo populismo di destra, ma anche contro quello eversivo di sinistra, ma non solo, compito del partito è rispondere alle sfide del populismo senza cedere all'aristosinistra tecnocratica ed elitaria. Quanti danni ha fatto la delegittimazione degli ultimi governi, nati dal voto parlamentare, come tutti i precedenti, quanto è totalitaria la retorica della democrazia diretta e quanto apre la strada a scorciatoie dittatoriali? Può sembrare di questi tempi una affermazione ridicola, ma la difesa del partito democratico ha a che fare con la democrazia reale, con la libertà sociale e individuale, si può pensare a una democrazia senza partiti? L'identità di un partito è dato dalla sua organizzazione e basterebbe vedere come sono organizzati gli altri partiti per capire che l'unico partito democratico è quello che porta il suo nome e che gli altri non sono partiti nel senso repubblicano del termine. Solo il Pd fa le primarie aperte a tutti, così tanto denigrate, discute pubblicamente, non ha mai espulso chi quotidianamente in questi anni è andato contro la linea ufficiale. La base democratico-borghese e quella democratico-popolare si deve mobilitare per bloccare questa manovra a tenaglia, populisti di destra, pupulisti eversivi di sinistra, aristosinistra tecnocratica ed elitaria. Compito del partito democratico oggi è combattere il populismo di destra e di sinistra, ma anche quelle elite schizofreniche che odiano il buon senso e la logica e cinguettano con il sovversivismo.

martedì 18 luglio 2017

Quando la sinistra parlava di nazionalismo correttamente inteso

Se dici patria in Italia, dici fascismo. Può sembrare ovvio, d'altra parte il fascismo non fu forse un movimento nazionalista? Può sembrare normale che qualunque "democratico" o persona di sinistra non ne voglia sapere di parlare di patria, ma non è così. lasciamo da parte il risorgimento democratico e socialista di cui nessuno si ricorda, ma la stessa resistenza antifascista fu patriottica. Non solo gli antifascisti non comunisti, ma anche i comunisti consideravano l'antifascismo una forma di patriottismo da contrapporre al nazionalismo fascista. Nel campo comunista fu Stalin a voler dare questo segno alla lotta contro Hitler e Mussolini, arrivando a sciogliere la terza internazionale e facendo dire a Dimitrov che "il nazionalismo correttamente inteso non è contrapposto all'internazionalismo". La natura tattica, ma sopratutto temporanea di questa linea non impedì che in Italia fosse interpretata in senso strategico dai togliattiani più conseguenti, come il leader comunista Giorgio Amendola. Pertanto, fu solo con l'esplodere del '68, nel contesto di una dura contestazione al Pci togliattiano, che questa interpretazione patriottica dell'antifascismo e in ultima analisi del comunismo italiano venne bollata come "retorica" e "controrivoluzionaria", venendo messa in severa discussione in nome di un nuovo internazionalismo che guardava alla Cina di Mao e ai movimenti terzomondisti, che per inciso erano a loro volta ipernazionalisti dal loro punto di vista, facendo quindi fare la figura degli utili idioti ai loro epigoni occidentali. Fu quindi solo allora che il patriottismo e parole come patria divennero degli appestati a sinistra, dal momento che anche l'Unione Sovietica aveva da tempo abbandonato quella linea e aveva introdotto il pacifismo come linea tattica che i comunisti occidentali dovevano portare avanti nel contesto della guerra fredda, da alternare con il ritorno del rivoluzionarismo. Cosa rimane oggi di tutto ciò? Siamo nell'era che è stata definita postideologica, e questo sarebbe un bene, ma che potremmo anche dire postgeopolitica e postpolitica, nel senso che molte persone assumono posizioni senza avere la coscienza del significato geopolitico, storico e politico delle loro posizioni.

venerdì 14 luglio 2017

L'antisemitismo è la vera essenza del nazifascismo

C'è una sinistra che tende a definire come "fascista" e di destra tutto ciò che non la pensa come lei, ma si dimentica che  il nazismo e in un secondo momento anche il fascismo, furono sopratutto antisemitismo, l'odio per gli ebrei è la vera natura del nazifascismo, il resto sono chiacchiere.

giovedì 13 luglio 2017

Maggioranze e minoranze

Esiste una cultura politica che dice che la minoranza deve avere diritto di parola e possibilità di provare a modificare la linea, ma non può avere diritto di veto e di ricatto. E' un costume che attraversa la storia nelle sue fasi anche più drammatiche e tragiche, ma che ha in ultima analisi una sua giustezza, al netto degli errori della storia. Questa cultura si chiama centralismo democratico e disciplina di partito. Chi lo dice è un individualista convinto, altrettanto convinto però che le ragioni di una comunità devono prevalere sulle ragioni di corporazione e di gruppetti e correnti.

Considerazioni storiche sul dibattito destra-sinistra

Da anni si discute del superamento di destra e sinistra. E' un discorso che sembra sempre nuovo, ma in realtà risale a cento anni fa. Una certa ortodossia di sinistra, tende a considerare ogni discorso del genere come un cammuffamento della destra. Tutto ciò che è ne' destra e ne' sinistra tenderebbe naturalmente a destra, sarebbe in realtà destra. Si tratta di una legge politica che ha un fondamento storico nel fatto che i primi a rompere con la dicotomia destra-sinistra furono i fascisti, che però in effetti a ben vedere sarebbe riduttivo definire un movimento solamente di destra. Il fascismo era proprio l'unione di idee di estrema sinistra e di estrema destra e ciò rende attuale il fatto che destra e sinistra, pur esistendo innegabilmente, non possono spiegare tutto, e che se portate su un piano rigido risultano uno schematismo, ma soprattutto che esistono da decenni due destre e due sinistre, una sinistra e una destra moderata e una sinistra e una destra estremista. La vulgata "progressista" ha invece sempre voluto considerare il fascismo di destra, a volte estrema destra, ma per una certa ortodossia di sinistra la destra moderata neppure esiste, per cui tutto ciò che è destra è fascista, dove inoltre la destra è il male e la sinistra non può che essere il bene su un piano etico-morale. Se invece il fascismo è anche un po' di sinistra, forse c'è qualcosa che non va anche nella sinistra, e in particolare in quella che storicamente si è sempre nutrita di "uomo nuovo", "rivoluzione", massimalismo, forse c'è qualcosa che non va nel socialismo, in certe concezioni totalitarie della società. Tutto questo ragionamento è sempre stato rifiutato dal "centro" della sinistra, cioè da chi, secondo una certa storiografia, è tatticamente di sinistra moderata, ma strategicamente di estrema sinistra. Questo rifiuto con il fare i conti con gli elementi di sinistra del fascismo, effettivamente va a dimostrare la natura strategicamente estremista del "centro" della sinistra.