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mercoledì 12 giugno 2019
Elogio del culto della personalità
L'intervento di Verdelli il direttore della Repubblica, su Berlinguer, è un vero e proprio esempio di discorso antistorico. Dire che Berlinguer esaltava il noi contro l'io (ovviamente in chiave antirenziana) vuol dire negare il culto della personalità che la base comunista aveva nei confronti del leader segretario sardo. E non si tratta di un caso, è lo stesso culto della personalità per Togliatti, per Stalin, per Mao, per Lenin, che i militanti comunisti hanno sempre avuto (e non hanno avuto per i Longo, per i Kruscev e per gli altri leader custodi dell'ortodossia), cioè per il grande io creativo che ha saputo reinterpretare il marxismo fuori dagli schemi e dalle ortodossie, innovandolo nella modernità e nella storia, dandogli quel pragmatismo unito allo stesso tempo alla coerenza e al legame con le radici. Il culto della personalità, e lo dico da liberale, è uno degli aspetti più nobili e positivi della storia del comunismo, è una esaltazione dell'individuo, della meritocrazia infiltrata nel conformismo di partito, fermo restando che invece le devastazioni del comunismo non le produssero tanto i grandi leader, a differenza di quanto si pensa, senza negare le loro responsabilità, ma il noi impersonale delle burocrazie, il democraticismo irresponsabile della dittatura della maggioranza, i solerti funzionari.
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