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mercoledì 8 novembre 2017

Dalle elezioni siciliane alle nazionali, il Pd alla ricerca del varco giusto

Immancabile dopo le ultime elezioni siciliane si è alzato il grido di dolore sull'astensione, in realtà è stata la stessa delle precedenti elezioni regionali, in una regione storicamente astensionista. Il Pd prende praticamente gli stessi voti del 2012, una sconfitta per il renzismo e la sua ambizione ad allargare il perimetro elettorale del partito, che però non si traduce automaticamente in una vittoria della sinistra antirenziana, come qualcuno pensa. Anche la sinistra radicale, infatti, raccoglie gli stessi (pochi) identici voti e percentuali della precedente tornata, mentre gli scissionisti non portano alcun contributo in più. In termini di coalizioni non bisogna dimenticare che il centrosinistra di Crocetta era sostenuto anche dall'Udc, con 200mila voti, oggi tornato al centrodestra. Il centrodestra era dunque diviso in tre e ora ritorna unito, vincendo inevitabilmente, ma in termini assoluti prende meno voti. Aumentano contemporaneamente i voti dei grillini, con il candidato governatore che prende però quasi dieci punti in più del partito, il contrario del candidato di centrosinistra, che prende quasi dieci punti in meno della coalizione che lo sosteneva. L'impressione è che ci sia stato un certo voto disgiunto da parte di circa centomila elettori siciliani che hanno votato per la coalizione di centrosinistra da una parte, ma per il candidato grillino dall'altra. Una componente della base elettorale, che sembra ancora sognare il governo dello streaming Bersani-Grillo, mandando messaggi un po' ricattatori con il voto disgiunto, che però escludono l'opzione Mpd, rimanendo di fatto ancorati al Pd, oscillando verso i cinque stelle. Ad ogni modo c'è un elemento di continuità, a parte l'incremento grillino, il quale non è tale però da farli vincere e che rende felice il partito 5 stelle, ben contento di arrivare sempre secondo in modo da essere il vincitore morale senza assumersi responsabilità di governo, ma tornando al centro del teatrino mediatico. A chi pensa a continui terremoti politici e rivolgimenti bisogna ricordare che in Italia dal 1945 al 1968 l'80% degli elettori votò sempre per lo stesso partito, che fosse il Pci, la Dc o il Psi, mentre un maggiore leggero rimescolamento nei due decenni successivi non provocò reali cambiamenti degli equilibri fino al 1992, quando il panorama politico mutò totalmente grazie a fattori esterni e cambiamenti epocali e internazionali. Dopo di chè, con la nascita di Forza Italia, dal 1994 al 2013 i blocchi elettorali rimasero sigillati, con i due poli a fronteggiarsi, dove il centrosinistra era in grado di vincere solo a fronte di un centrodestra diviso o accorpando una coalizione iperallargata, incapace poi di governare. L'irruzione dei grillini nel 2013 è il secondo terremoto politico dopo il 1992 nella storia della Repubblica, ma l'impressione è che ora si ritorni verso una stabilizzazione del voto, con il centrodestra che se unito torna ad essere fisiologicamente maggioritario nel paese, ma in realtà profondamente diviso tra i partiti che lo compongono. Il Pd, invece, non riesce ad allargare i propri consensi, ma allo stesso tempo non soffre le innumerevoli scissioni alla sua sinistra, mantenendo la sua base tradizionale, con la sinistra radicale ridotta all'irrilevanza come da dieci anni a questa parte, nonostante la sovravisibilità mediatica, e i grillini stabilizzati intorno al 25% . La mia impressione è che alle prossime elezioni nazionali ci sarà un risultato molto simile a quello del 2013, con la differenza che il centrodestra sarà unito, almeno formalmente, e una sola incognita: Cosa farà quell'area sopracitata che si trova a metà strada tra il Pd e i cinque stelle, i classici populisti rossi eternamente "delusi" dalla sinistra, che sognano di radicalizzare il Pd riportandolo a mitiche "origini" massimaliste mai esistite, ma senza la base popolare di un tempo ne' una solida sovrastruttura ideologica, esprimendo solo un malcontento postmoderno, gruppettaro ed esistenziale, un nostalgismo senza storia, un disagio vittimistico che esige uno stato d'animo esagitatorio rivolto sempre contro qualcuno e antiqualcosa? Ma allo stesso tempo, questa base elettorale, che coincide principalmente con i vari strati delle borghesie urbane, vuole incidere, rifiutando soluzioni elettorali velleitarie e marginali e in questi anni è per lo più rimasta ancorata al centrosinistra, seppur con atteggiamenti distruttivi, per la logica del voto utile contro Berlusconi, perchè le alternative con la falce e martello erano forse poco smart e marginali, perchè appunto c'era un nemico ben identificato. E ora Di Maio li attira a sè riprendendo in mano la bandiera dell'antiberlusconismo, ma anche cercando di far percepire il Pd come ormai terza forza e quindi voto inutile. Dall'altra parte si spiega il Renzi "populista" di queste ultime settimane, l'attacco alle banche, il ritorno dell'antifascismo militante, la testardaggine ideologica di parti del Pd nel mantenere accesa l'opzione Ius Soli, un modo per tenere a sè questa area elettorale, in grado di fare la differenza tra chi arriverà secondo (grillini o PD?) dietro ad un centrodestra ormai in fuga. La situazione in questo varco per il Pd è difficile, Di Maio cercherà l'effetto traino dalle elezioni siciliane, presentandole come una miniatura fedele del panorama italiano, dipingendo i giochi come già fatti e ormai irrisorio il Pd, presentandosi come la nuova opposizione al futuro governo Berlusconi in una logica di antagonismo conservatore. Inoltre, la natura stessa del Pd, nato per superare la sinistra dell'Anti, renderà difficile rispolverare l'antiberlusconismo, se non sconfessando la linea degli ultimi anni, mentre per i grillini, con la loro natura giustizialista e contro, sarà facile presentarsi come i veri antiberlusconiani doc. Riassumendo, la mia tesi è che dopo un periodo di mobilità elettorale, dipesa dall'instabilità economica, geopolitica e istituzionale degli ultimi anni, gli italiani stanno ritornando alla loro tradizionale fedeltà verso i propri partiti e aree politiche di riferimento. Se non ci saranno scossoni economici, geopolitici o giudiziari, la loro scelta è praticamente già avvenuta, rimane però per l'appunto quel 3% di elettorato indeciso tra il Pd e Grillo o che in qualche modo esprime una domanda di Pd grillinizzato. C'è però una via d'uscita, non sconfessare tutti questi anni, non farsi ricattare da queste frange e puntare invece ad acuire le divisioni nel centrodestra, smentendo l'immagine che Berlusconi dà di sè come argine moderato alla destra populista, ma al contrario presentandolo come succube di essa, riportando un po' di voto moderato al Pd. D'altra parte l'idea di un Pd alleato contemporaneamente con il centro e i radicalismi sinistri vorrebbe dire riproporre un ulivismo senza Prodi e D'alema. Non ha molto senso, mentre Renzi deve scegliere, o rompere con i radical-sinistri o rompere con il centro e i moderati. Un atteggiamento famelico, che in nome del mito del 40%, punta a prendere contemporaneamente i voti di Forza Italia e quelli sinistro-grillini, rischia invece di lasciare a bocca asciutta da una parte e dall'altra.

mercoledì 1 novembre 2017

La strategia di Togliatti per il potere

Alla base della strategia per il potere di Togliatti c'è l'alleanza tra la classe operaia e il ceto medio. Immune da un certo schematismo classista che per ragion di stato aveva dovuto riverire, il segretario del Pci sa che in Italia sono i ceti medi a fare la differenza, ma per ceti medi non intende i ceti medi riflessivi che saranno in futuro tanto cari ad intellettuali come Ginzburg e a una certa intellighenzia di sinistra, ma gli artigiani, i mezzadri, gli agricoltori, i piccoli imprenditori, i professionisti urbani, insomma, tutta la colonna vertebrale produttiva della nazione. Convinto che una certa violenza sindacale da bienno rosso, priva di una strategia per il potere e di uno sbocco politico, abbia gettato nelle braccia del fascismo i ceti medi, tutta la sua politica è volta a non spaventarli e a cercare una convergenza con essi. Ciò porta il migliore a vedere nel partito che li rappresenta l'interlocutore privilegiato, cioè la democrazia cristiana, più di un partito socialista e di un partito d'azione dominati da spinte massimalistiche ed estremistiche. Allo stesso tempo per Togliatti la borghesia non ha più nessuna funzione progressiva ed è in toto reazionaria, intesa nella sua fase suprema di capitalismo finanziario e imperialistico, perciò l'Italia è matura per il passaggio al socialismo, ma solo se la classe operaia saprà essere non settaria e in grado di portare dalla propria parte i ceti medi. Tutta questa architettura si scontra con la consapevolezza del capo dei ceti medi, De Gasperi, della inconciliabilità di obbiettivi futuri tra la prospettiva della dittatura del proletariato, seppur mitigata in un'idea di democrazia popolare, e la scelta di campo liberale, occidentale e democratica. Nonostante ciò Togliatti non demorderà e cercherà all'inizio degli anni '60 una sponda con il mondo cattolico, intravvedendo in maniera precorritrice quella che verrà in seguito definita la fuoriuscita dall'occidente della chiesa cattolica, cercando un dialogo non solo per l'appunto con il nascente fermento antioccidentale di certe correnti e settori ecclesiastici, ma anche con il concetto di dittatura, che Togliatti sa che settori della chiesa non rinnegano. Una convergenza quindi in chiave antiliberale e antiindividualistica, che è in qualche modo una costante nel progetto storico del dirigente comunista, che già con l'appello ai fratelli in camicia nera nella metà degli anni '30, aveva inteso la riconciliazione nazionale in senso antidemocratico e antiliberale, cercando la convergenza con quei settori del fascismo antioccidentali e anticapitalistici.

venerdì 27 ottobre 2017

I guerrilleros

La Lega come "costola della sinistra", bicamerale e riforme costituzionali con Berlusconi (da lì i media coniarono l'orrendo termine inciucio), al governo con Mastella e Dini (falce e mastella), streaming con Beppe Grillo e autoflagellazione in sala mensa, governo di larghe intese con Berlusconi e Verdini, con Monti premier e poi la Vergine Letta. Tutto questo non deve scandalizzare, (tranne lo streaming con il bandito a cinque stelle), si chiama far politica in democrazia, che è fatta di compromessi, l'opposto del partito unico che sognano i grillini. Ma quello che non si capisce è perchè improvvisamente baffino e testone si mettono a fare i guerrilleros alla soglia dei settant'anni. Demenza senile?

sabato 21 ottobre 2017

Il mosaico del Pci e le scelte di Togliatti

Fare un ritratto di gruppo dei principali dirigenti del partito comunista italiano è una cosa ardua, da solo perchè la loro carriera politica attraversa la storia italiana e internazionale dalla prima guerra mondiale fino - in alcuni casi - agli anni '90, vuoi per le profonde differenze di carattere e di temperamento personale, vuoi per le profonda diversità di analisi, che è comunque l'aspetto più interessante. I limiti dell'esperienza comunista italiana sono noti, lo scarso approfondimento economico, l'antiamericanismo viscerale, la concezione della democrazia non oltre i limiti della mobilitazione finalistica, per non dire tutto quello che concerne lo schematismo terzinternazionalista, eppure di volta in volta, in ordine sparso, ogni leader seppe travalicare il perimetro ideologico, spesso duramente ripreso dagli altri, per creare un mosaico di eresie e revisionismi mai dichiarati che rendono così diverso il comunismo italiano dall'omologazione sovietica. Stupisce come ogni sortita dissidente fosse portata in solitaria, non ci fu mai coordinamento tra le dissidenze di Terracini, Amendola, Secchia, che anzi spesso si combatterono tra loro, trovando l'interessata alleanza di Togliatti di volta in volta l'uno contro l'altro. Sarebbe altresì però sbagliato indulgere nell'immagine demoniaca di un Togliatti unicamente manovratore e tatticista. Lo stesso Togliatti, seppur più attento degli altri dal non uscire dal cono d'ombra sovietico, mostrerà di saper tracciare analisi non subalterne ai dettami dell'internazionalismo classista, come un'analisi del fascismo quale movimento di rivolta dei ceti medi in parte alimentato dall'estremismo sindacale, che per certi versi e dentro certi equilibrismi verbali, anticiperà di decenni quello che poi verrà interpretato da storici come De Felice, paradossalmente scomunicati dal partito. D'altra parte Togliatti verrà ricordato come l'uomo del brindisi ai carri armati sovietici che invasero Budapest, ma non bisognerebbe dimenticare che la linea moderata del Pci in Italia che evitò al Paese un'altra guerra civile e contribuì a suo modo alla costruzione della democrazia, era passata attraverso la cessione dell'Ungheria e di altri paesi come Polonia e Bulgaria all'Unione Sovietica, secondo gli accordi intercorsi tra Stalin e Churchill. Pretendere che Togliatti sconfessasse questa architettura anche solo partendo dal tassello ungherese, condannando l'invasione sovietica del '56, parlando come si è fatto "di occasione mancata", non tiene conto ne' della realpolitik ne' delle conseguenze che una simile azione avrebbe avuto, con l'Urss che avrebbe reagito con un'azione di destabilizzazione sull'Italia, alimentando elementi ben più settari, estremistici e irresponsabili, che già si agitavano dentro il Pci, come potrebbe aver fatto successivamente negli anni '70. Altre mi paiono le colpe di Togliatti, come aver censurato il dibattito su Stalin e il rapporto Kruscev e come aver creato una formula, "innovazione nella continuità", che si concretizzava nel voltare pagina senza realmente analizzare il passato, creando una doppiezza nei militanti e negli elettori le cui tracce si trovano ancora oggi. Questi sono solo alcuni degli aspetti di una storia che solo negli ultimi anni è uscita dalla storiografia di partito, che comunque rimane un riferimento importante, ma non più l'unico per un quadro sempre più completo e ancora da scoprire.

mercoledì 18 ottobre 2017

La natura dell'antiberlusconismo

Fu il celebre giornalista Montanelli ad individuare con il consueto acume nell'odio verso Berlusconi l'odio verso il parvenu, l'odio di classe della borghesia tradizionale verso un nuovo ceto capitalistico. Montanelli fu molto severo con Berlusconi e ruppe duramente con lui, non è storicamente ascrivibile di certo al berlusconismo, eppure capì come l'antiberlusconismo non era l'espressione di una battaglia di sinistra per la democrazia, ma il rancore snobistico di un ceto incancrenito, moralista e puritano. La lotta berlusconiani/antiberlusconiani ha così sostituito il rapporto destra/sinistra senza che ciò fosse certificato pubblicamente, in questo modo figure di destra come Di Pietro e Travaglio da campioni dell'antiberlusconismo divennero anche campioni della sinistra, in questo modo la tipica battaglia missina contro la democrazia corrotta e corruttrice divenne patrimonio anche dei salotti della sinistra bene.

venerdì 6 ottobre 2017

I martiri dello Ius Soli

Lo ius soli in Italia c'è già. Al compimento dei diciotto anni, chiunque sia cresciuto in Italia diventa italiano. Ma si è sentito l'emergenza, il bisogno, di dover fare una legge più che accogliente (l'Italia è già un paese accogliente), ma anche inclusiva. Per qualcuno lo Ius Soli è diventato non solo una bandierina ideologica da piantare a forza di scioperi della fame, ma anche una linea di demarcazione tra ciò che è di sinistra e ciò che non lo è (Pisapia dixit). Il ministro Del Rio dice: "Sui diritti non ci si astiene ne' ci si lega alla dsciplina di partito". ma caro Del Rio, per carità, nel Pci c'era una disciplina ferrea che negava la libertà individuale, ma a parte che oltre ai diritti bisognerebbe ricominciare a parlare di doveri, non si può passare da un estremo all'altro, bisogna anche attenersi al partito, non è che ogni giorno ci si inventa una questione di principio morale per andare contro il partito, perchè questa disobbedienza da martiri ha anche stufato.

La rottura Pisapia-D'Alema nasce da un paradosso, a differenza di quanto dice Cazzullo

Da tempo mi chiedevo come Pisapia avrebbe spiegato ai suoi elettori l'alleanza con D'Alema e viceversa come D'Alema avrebbe spiegato ai suoi elettori (se ancor ne ha) l'alleanza con Pisapia. Alla fine è arrivata la frattura tra i due, con Pisapia a chiedere a Dalemmah un passo di lato, modo di dire gentile che il rozzo "populista" Renzi avrebbe configurato sotto forma di rottamazione, ma la sostanza è la stessa. Eppure i due sono coetanei, ma così diversi, che davvero pareva difficile questo sodalizio. Ma in cosa sono diversi? Non mi convince il ritratto di Cazzullo fatto sul corriere, dove da una parte c'è il movimentista No War Pisapia e dall'altra il figlio del partito D'alema con le mani sporche della guerra in Kosovo, figlio di partigiani, ma sopratutto pupillo di Togliatti ed erede di Berlinguer. Quello che è andato in scena non è uno scontro secondo uno schema del genere, ma un incrocio, quindi un paradosso, come meglio ritratto sul Foglio. Da una parte quello che sarà anche "il figlio del partito", ma che in realtà da tempo si comporta come l'ultimo dei gruppettari, come un frazionista antipartito, un provocatore trotskista o una canaglia bordighiana, come si sarebbe detto un tempo, dall'altra il movimentista Pisapia che da tempo ha assunto i modi pacati di un Berlinguer e il realismo di buon senso di un Togliatti. Questa strana coppia, secondo i sondaggi non fa faville. Il comportamento di Pisapia forse è ancora da decifrare, D'alema a suo discolpa potrebbe ricordare che Togliatti in gioventù fu un bordighiano e in seguito si attenne alle svolta antibuchariniana di Stalin, lui considerato il Bucharin italiano, senza batter ciglio.

martedì 3 ottobre 2017

Catalogna, la piccola patria cosmopolita

Si consuma in Catalogna il dramma della dissociazione di chi si sente cosmopolita, cittadino del mondo, ma non può tollerare di convivere con i propri vicini, quelli che una volta chiamava charnegos (i lavoratori che provenivano dalle altre parti della Spagna e vivevano in baracche senza luce e gas), che considera inferiori, pur essendo riuscito ad arruolare tra le sue fila alcuni dei suoi figli e nipoti neutralizzando così l'accusa di etnicismo, ma anche il dramma di una minoranza che si autoproclama popolo, con la complicità di mass media che azzerano ogni voce dissidente interna. C'è poi il dramma di chi odia i propri simili in nome di un astratto amore universale per una umanità mondiale che non esiste, ma da costruire a forza di omologazione, nichilismo e sottomissione ai nuovi barbari. Nasce così la pantomina mediatica di questo sinistrismo pacifista e neoinquisitorio alleato ad un nazionalismo trasversale e ambiguo che organizza un referendum illegale e autogestito, senza osservatori indipendenti, che chiedeva solo di essere represso usando i soggetti più deboli come scudi umani per mettere in scena lo psicodramma teatrale intriso di arditi riferimenti storici novecenteschi. Ma compare anche il dramma degli onesti che odiano la corruzione dei politici e poi votano quattro volte ad un referendum più finto di un'elezione venezuelana, di chi vorrebbe abolire gli Stati-nazione dell'occidente strumentalizzando l'europeismo a proprio uso e consumo (gli stessi che per anni hanno gridato "UE stato razzista e imperialista" e inneggiavano a Varoufakis), ma vuole farsi il suo staterello predatandolo alla nascita delle nazioni moderne. Non poteva mancare lo psicodramma totalitario di un nazionalcomunismo da movida, di chi vuole la libertà senza stato di diritto, ma anche di chi è stato così superficiale da non predisporre le pur minime misure di sicurezza antiterrorismo in nome di un multiculturalismo a senso unico e di una tracotanza ideologica, facendo pagare duramente ai propri ciudadanos il prezzo della propria ignavia, di chi parla di democrazia delegittimando un governo legittimo e democratico, di chi considera il voto una prova di forza come nei regimi totalitari con il suo 90% bulgaro e farlocco, di studenti pecoroni, millenials ignoranti, artisti solidali e imbecilli, squadre di calcio e allenatori cool col golfino, pseudointellettuali politicizzati e fanatici, vecchi arnesi sempre in sella, pedine di un gioco geopolitico di destabilizzazione che soffia da Est e che non li rende tanto dissimili da quel populismo di destra che dicono di odiare, ma ne fa solo l'altro rovescio della medaglia. Per tutto questo io dico W la Spagna unita. El Pueblo Unido Jamas Serà Vencido.

giovedì 28 settembre 2017

I muri ideologici della sinistra senza confini

L'orwelliana riabilitazione di Craxi da parte di D'alema, strumentalmente e ovviamente finalizzata a escludere Renzi dal consorzio della sinistra rispettabile, non rende l'ex leader maximo particolarmente interessante nella sua ormai caduca e livorosa ripetitività, ma ci permette di fare alcune considerazioni storiche e politiche più ampie sulla sinistra antirenziana. Le scomuniche prima e le riabilitazioni postume poi, infatti, fanno parte della liturgìa della sinistra sovietica e postsovietica e non raramente sono servite in realtà unicamente a squalificare il nemico interno del momento, dalla socialdemocrazia degli anni '20-'30 bollata come socialfascista, alla sinistra anticomunista degli anni '50-'60 bollata come reazionaria e fascista, fino ritrovarsi essi stessi scavalcati a sinistra e bollati in senso dispregiativo come revisionisti e riformisti negli anni '70 dalla Nuova Sinistra, per ritrovare nuova linfa e centralità con la guerra ai socialisti negli anni'80, salvo magari poi fare una serie di mea culpa superficiali e di comodo a distanza di venti anni. E dopo aver riabilitato Berlusconi e Craxi per escludere Renzi, chissà che il monocorde mondo postsessantottino non riabiliti anche l'altro grande uomo solo al comando del secolo decimonono. D'altronde, Bettino è da riabilitare perchè era filopalestinese, a conferma che una certa sinistra negli anni '90-2000 si è rifatta un trucco riformista e occidentale, ma in realtà ha mantenuto tutti i capisaldi del leninismo da guerra fredda: Sì può cambiare linee politiche, alleati, nomi, simboli, ma l'odio per L'America e i suoi alleati, la demonizzazione degli imprenditori e il disprezzo per il ceto medio rimane immutato, con buona pace anche di Togliatti. La convinzione di essere un'avanguardia progressista in un paese profondamente reazionario in tutti i suoi strati è il cemento di un muro ideologico che confina questa sinistra in una realtà cristallizzata, proprio nel momento in cui dichiara di voler abolire i confini nazionali e creare il regno dell'inclusione attraverso l'abolizione totalitaria e internazionalista di ogni differenza e identità nazionale, culturale, etnica e religiosa, mostrando però il suo truce volto esclusivo e la sua xenofobìa ideologica verso ogni diversità nel proprio campo politico. L'egemonìa politica e culturale ammette solo stampelle di centro e di sinistra, o "destre" interne e "sinistre" interne da neutralizzare o eventualmente da espellere, ma non una sinistra liberale indipendente.

sabato 2 settembre 2017

L'individualismo comunista

Una delle critiche vincenti del liberalismo rivolte al socialismo reale, fu sempre quella riguardo la libertà individuale. I comunisti, secondo i liberali, annullavano l'individuo in una società totalitaria e collettivistica. Si tratta di un'affermazione vera, tanto quanto non è vero che il marxismo non abbia una teoria dell'individuo. In realtà, nel totalitarismo comunista, l'individuo poteva essere annullato tanto quanto esaltato. I capi comunisti erano esaltati come geni creativi, i quadri come intellighenzia raffinata e tattica, gli operai più produttivi come modelli da emulare, chi veniva distrutto era chi non si conformava, gli elementi asociali, i revisionisti, quelle classi sociali riottose, quei comunisti realisti che scorgevano pericoli e falle nella strada inesorabile verso il comunismo, gli appartenenti a minoranze etniche, religiose, nazionali e qualunque altro dissidente. In un contesto di relazioni interpersonali del genere, non mancava l'ambizione sfrenata e una feroce competizione tra individui per essere il cittadino modello o per fare carriera nei gangli dello Stato o del partito, ben amministrata e indirizzata dal soviet supremo e in un'ultima analisi dal leader del partito. D'altra parte il comunismo nel suo ultimo approdo da sempre significa "A ognuno secondo i suoi bisogni e da ognuno secondo le sue possibilità", in pratica il regno in cui ognuno fa quello che vuole senza dover dare nulla in cambio alla società, se non quello che lui ritiene di dover dare. E' certo che per giungere a questo regno dell'individuo il marxismo chiede un periodo transitorio fatto di sacrifici, denominato dittatura del proletariato, dove tutto deve andare ed essere per lo Stato al fine di creare lo sviluppo delle forze produttive per approdare a quella società dell'abbondanza delle merci chiamata comunismo, ma come abbiamo visto in precedenza anche in questa fase l'individuo, a suo modo, può essere esaltato o annullato, ma comunque esiste una concezione dell'individuo. Il movimento esploso nel '68 in occidente, invece, si caratterizzava in questo senso, come un movimento che contestava lo stato del socialismo reale, ma proprio da quel punto di vista individualista-comunista, rifiutando la logica, la disciplina, il sacrificio della dittatura del partito del proletariato e al tempo stesso, vivendo in una società a capitalismo avanzato nella piena abbondanza delle merci e dei beni di consumo (perciò per certi versi più potenzialmente prossima al comunismo degli stati socialisti) reclamandone i pieni benefici e il pieno uso senza dare nulla in cambio. Ma a partire dall'inizio degli anni '70 l'occidente stava chiudendo quel periodo di sviluppo economico senza precedenti seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Il narcisismo-leninismo dei sessantottini rifiutava però di entrare nell'ordine di idee della nuova fase storica e alimentava dunque una serie di lotte studentesche e sindacali che rompevano con la politica togliattiana-amendoliana di responsabilità nazionale (sulla quale comunque non c'è unità di vedute nel dibattito storiografico), alimentavano una irresponsabile politica della spesa pubblica senza limiti da parte dei partiti che a loro volta non avevano il coraggio di arginare questa ondata, ma anzi in molti casi civettavano con essa, ma questo movimento si identificava anche per una ambivalenza che passava e si sovrapponeva dall'idea del soddisfacimento egoistico di ogni bisogno materiale al rifiuto neomoralistico della società dei consumi e delle merci approdando ad uno spiritualismo nel quale comunque la dittatura narcisistica dei bisogni non veniva meno. In Italia il '68, oltre a tutte queste cose, invero si caratterizza ancora per un persistente ancoraggio al leninismo, che sfocia in un terrorismo che non ha pari in altri paesi per vittime e durata nel tempo. Riavvolgiamo il nastro: Il comunismo è stato sconfitto sul piano della libertà, ma a differenza di quanto si crede, ha una teoria dell'individuo, questa teoria però, è sostanzialmente e paradossalmente, quella di un individualismo sfrenato e narcisistico. Oggi, la crisi (di consenso soprattutto, ma non solo) del liberalismo nasce da questo, il liberalismo ha combattuto e sconfitto il marxismo in molti suoi aspetti, alcuni dei quali erano in realtà complementari e non incompatibili con il liberalismo tanto da stimolarlo a migliorarsi e a rivitalizzarlo, ma non in questo, anzi questo "narcisismoleninismo" lo ha alimentato, con una tendenza suicida che andrebbe indagata a fondo. In primo luogo, la libertà è stata la bandiera che ha sconfitto la dittatura del partito del proletariato, ma è anche, nella sua versione individualistico-narcisistica, lo strumento che può distruggere la società liberale. L'eccesso di libertà può distruggere il sistema liberaldemocratico. Com'è possibile, infatti, che il capitalismo permetta che nello Stato, che secondo la teoria marxista dovrebbe essere espressione della classe dominante, si agitino coloro che lo vogliono annientare? Certamente il grande compromesso liberal-socialista avvenuto nei paesi avanzati rende superata e schematica la teoria marxista dello Stato, d'altronde sicuramente ciò è dovuto anche a quell'avanzata nella guerra di posizione che Gramsci aveva teorizzato, Togliatti iniziato, ma altri più individualisti, estremisti e totalitari di Gramsci e Togliatti hanno portato avanti, ma riguarda anche una forma di individualismo e di libertà totale di cui il liberalismo è fautore e vittima al tempo stesso. E' il liberalismo a disarmarsi e a dare le proprie armi ai suoi nemici. Per salvare la società liberale dai neototalitarismi (islamico, neocomunista, neocattolico di estrema sinistra, neofascista), il liberalismo ha bisogno di alleati che lo salvino da sè stesso, marxisti antitotalitari e democratici, nazionalisti antifascisti, liberalconservatori e liberalcattolici. Come andrà a finire?

Le fasi della storia e la sua negazione

La storia è fatta di fasi, è una somma di fasi diverse e contrastanti che però nel suo essere storia ritrovano un'unità. L'identità è data dalla storia, e la negazione della storia porta alla falsità.