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venerdì 31 agosto 2018
Togliatti e il catastrofismo comunista
Per capire la fascinazione per i grillini da parte di una certa parte del Pd forse bisognerebbe ricordare di come Togliatti tentò un'alleanza con i qualunquisti di Giannini nei lontani anni '40 e addirittura arrivò nel 1953 a proporgli di candidarsi come indipendente nelle file del Pci. D'alema, che non perde occasione di presentarsi come l'erede del Migliore, ha in una intervista recente rivendicato la sua linea di dialogo con i grillini non a caso con il precedente togliattiano. E allora per capire la natura di quello che si muove nel mondo degli umiliati e offesi da Renzi bisogna forse capire la figura di Togliatti, indubbiamente la figura chiave della sinistra italiana del novecento. Bollato come "socialdemocratico" dalla sinistra comunista, mai definizione poteva essere più fuorviante e fallace, ma lo stesso si potrebbe dire dei fratelli diversi D'Alema e Veltroni e tutti figli e figliocci del dirigente del comintern. Togliatti era un convinto bolscevico, un irriducibile stalinista, che seppe costruirsi un'immagine di gramsciano e costruire un'immagine di Gramsci a suo uso e consumo. Di socialdemocratico non aveva proprio nulla, come non la aveva il suo erede Berlinguer. La sua linea fu sempre quella del centro comunista, uno schema ripetuto nei decenni e ancora oggi tentato, allearsi con la "destra" interna per sconfiggere la "sinistra" interna e poi recuperare la "sinistra" interna per sconfiggere la "destra". Alla base di questo schema l'irriducibile teoria del catastrofismo economico, l'idea, smentita invece da Gramsci nelle sue riflessioni in carcere, che una crisi economica fosse il preludio della fine del capitalismo. Da questa teoria nasce tutta la linea politica degli ultimi dieci anni da parte dellla "ditta" o del "recinto" che dir si voglia, riformisti in tempo di ritirata strategica e rivoluzionari in tempi di crisi economica.
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